Scrivere di Carlo Maria Martini è difficile. Uomo di grandissima spiritualità e straordinaria cultura; prete e pastore della sua gente e al tempo stesso intellettuale finissimo che dialogava con tutti (la cattedra dei non credenti  fu una stagione di dialogo mai vista prima); biblista apertissimo al dialogo ecumenico, prefigurazione di quel cristianesimo che va oltre le etichette della chiese; vescovo attento ai temi della vita, capace di distinguere con chiarezza fra eutanasia e volontà del malato, ben oltre la propaganda che alcuni fanno su temi su cui bisognerebbe riflettere con attenzione e rispetto (come ha sempre fatto lui, appunto); studioso dei media capace di stare nella loro stessa cornice: non è un caso che la sua lettera pastorale del 1991, Il lembo del mantello, costituisca ancora oggi un punto di riferimento per chi (credenti o no) si occupa di comunicazione.

Amatissimo da credenti e non credenti, cristiani di diverse confessioni, uomini e donne di buona volontà. Odiato e offeso solo da piccole sette urlanti di fondamentalisti cattolici che forse la Chiesa cattolica dovrebbe delegittimare una volta per tutte: sarebbe il modo migliore per ricordare il Card. Martini e onorare la sua radicale fedeltà all’Evangelo.

Ma soprattutto Carlo Maria Martini era persona attenta alle persone. Tutte le persone, potenti e umili indifferentemente. Credo di poter raccontare un’esperienza personale, un mio incontro con lui. Era il 1995 e lo incontrai a Milano, a un convegno organizzato da due associazioni del mondo cattolico, Città dell’UomoRosa Bianca. Mi fu presentato, in maniera veloce, come sempre accade ai convegni. Come è d’uso in ambito accademico, gli diedi un mio libricino che era appena uscito, niente di importante ma era la mia pubblicazione più recente. Era solo un gesto di cortesia che lui accettò con cortesia. Un paio di mesi dopo ricevetti una lettera a casa; al mittente, la busta riportava solo C.M.M. Vi trovai un foglietto scritto a mano, con la calligrafia minuta e precisa del cardinale: ringraziamento per il libricino ma anche alcune note su quelli che lui considerava gli aspetti più importanti o da approfondire di quel mio modestissimo lavoro giovanile. Sento ancora oggi la commozione di quel momento. Nell’oceano di impegni che aveva, il pastore della Chiesa di Milano aveva trovato il tempo per leggere lo scritto di uno sconosciuto ricercatore e persino per scrivergli. Perché per lui erano importanti tutte e tutti, senza distinzioni. L’ascolto come cifra distintiva del suo essere prete, vescovo, uomo, cristiano.

Il dialogo non è la relazione fra me e te. Il dialogo è la parola che sta in mezzo, che a tutti è data ma che a nessuno appartiene in maniera esclusiva. Padre Carlo Maria Martini ha fatto del dialogo, di questo modo di intendere il dialogo, lo stile della sua vita.

Seguire il suo esempio di uomo del dialogo è il modo migliore di ricordarlo.

 

Gesù Cristo dice: “La mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza”.  (II Cor. 12,9)

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