Ormai tutti hanno ricordato, ciascuno a suo modo, l’uomo che ha avuto il coraggio di inseguire i sogni.

Moltissimi i profili Facebook e i commenti che lo ricordano. Fra tanti, uno mi ha colpito; suona così: “Finirà che il discorso di Steve Jobs mi starà sulle palle quasi quanto il pezzo di Benigni “innamoratevi”. Facciamo basta dai. Piuttosto a quanto stanno le aapl oggi?”

Un commento degno di quell’efficientismo iper-razionalista così di moda in questi anni; lo stesso che chi crede nei valori del personalismo (come me)  non riesce nemmeno a concepire. Che si tratti di cinismo di fronte alla morte o di snobismo di fronte all’emozione popolare poco importa: si tratta comunque dell’esito di una vecchia “ideologia”, quella di chi osserva e giudica (spesso senza averne nemmeno gli strumenti).

Rivendico una cultura fatta di “maniche scorciate”, di servizio e impegno fra la gente e con la gente. Rivendico il diritto di commuovermi vedendo la commozione semplice della gente semplice. Rivendico il diritto alla leggerezza che non è cinica superficialità.

Scriveva Italo Calvino, citando l’episodio di Cavalcanti narrato da Boccaccio: “Se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta- filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite”.

Ecco, ricordo Steve Jobs perché possedeva quella stessa gravità che contiene il segreto della leggerezza. Mentre certi commenti appartengono di diritto al regno della morte.