Le immagini di Roma, ferita dalla violenza gratuita e insensata di un gruppo ampio ma comunque largamente minoritario di teppisti violenti, sono in queste ore negli occhi di tutti. Si discuterà a lungo delle responsabilità e delle motivazioni; qualcuno cercherà di strumentalizzare quanto accaduto (alcuni, in verità, hanno già iniziato a farlo); altri useranno quelle immagini per riproporre un’idea agonistica della politica, come se si fosse sempre su un campo di calcio: quelli, beninteso, con arbitri corrotti o incapaci e tifosi “arrabbiati a prescindere”.

La violenza però resta. Non solo verso la città e i suoi cittadini ma anche (e forse soprattutto) verso quelle decine di migliaia di persone che avevano il diritto di poter manifestare pacificamente, segnando la loro presenza come grande attore politico collettivo. Più o meno come hanno fatto centinaia di migliaia di uomini e donne in 89 diverse città del mondo.

Non so se quella violenza cieca rispondesse a un disegno: spetta alle forze di polizia e alla magistratura appurare o escludere tale eventualità.

Non possiamo però sottovalutare il disagio globale. Un disagio che diventa la protesta civile degli “Indignados” in Spagna o del movimento “Occupy” negli Stati Uniti; ma che può anche diventare, nelle situazioni di disperazione e marginalità, la violenza dei rioters  in Inghilterra o quella di movimenti ai margini della vita sociale ma non per questo meno pericolosi. Non possiamo sottovalutare il disagio che proviene da chi non riesce più a immaginare il proprio futuro. Quel 99% a cui oggi non è più permesso nemmeno sognare.

Il comunismo – che di sogni illusori ne aveva creati tanti – è crollato sotto il peso del suo fallimento. Bisognerà che capiamo (l’aveva intuito già Giovanni Paolo II) che anche il capitalismo – erettosi in ideologia – sta crollando. Il pianeta ha bisogno di un nuovo ordine: trasparente, condiviso, solidale. Non si tratta di inseguire i sogni di qualche pensatore utopico: qui siamo di fronte a una necessità storica.

Sento sempre più spesso i giovani che vogliono andarsene, anche se a volte non sanno nemmeno dove o per fare cosa. Conosco persone straordinarie, fra i 30 e i 40 anni, con curricula da fare invidia a chiunque che non hanno stabilità e nemmeno possono guardare il futuro con un minimo di speranza. Nel mio mondo, l’Università, osservo la disperazione muta delle menti migliori del Paese: anche a loro è impedito il sogno. Non solo quelli “alti” ma persino quelli più semplici e “borghesi” (la casa, un’utilitaria, i soldi per le vacanze) della generazione dei miei genitori. A loro, un piccolo (e scientificamente nullo: diciamolo per favore!) gruppo di “baroni” ha rubato il futuro.

“Se siamo arrabbiati noi per la crisi, figuriamoci loro che sono giovani, che hanno venti o trent’anni e sono senza prospettive”. L’ha detto il presidente designato della BCE, il dr. Mario Draghi. Non certo il leader populista di un movimento antipolitico.

Populismo e antipolitica. Eccoci finalmente alle parole chiave. L’Italia vive da troppo tempo una fase di populismo demagogico e distruttivo: quello di chi governa dicendo che il Parlamento è inutile, e quello di chi agita rivolte sul web dichiarando che “tanto sono tutti uguali”. Due facce della stessa medaglia: un pericoloso mix di populismo, neo-corporativismo, demagogia, antipolitica, estremismo rissoso.

E’ in questi frangenti che si avverte la vertigine che provoca l’assenza della politica. Anzi della “Politica” con la P maiuscola, quella che intendeva don Lorenzo Milani: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”.

Nel vuoto della politica emergono tendenze contrastanti: da una parte pezzi di società civile (a volte ingenui ma sinceri), dall’altra interessi inconfessabili; da una parte giovani disperati che continuano però a cercare un sogno da inseguire, dall’altra bande di violenti che hanno in odio la democrazia; da una parte la speranza, dall’altra la paura. La politica (o quel che ne resta) ha l’obbligo morale di tornare a occupare lo spazio che le è proprio. I partiti devono tornare a essere il motore di progettualità e non più meri collettori di interessi. La politica deve tornare a essere sovraordinata rispetto all’economia e alla finanza. Prima che sia troppo tardi.

La politica, i lavoratori, gli imprenditori onesti, i giovani devono riprendersi un Paese da troppo tempo ingabbiato nel fuoco del populismo becero e delle promesse roboanti ma senza progetto. I partiti tornino a fare politica in modo alto, a insegnarla, a far sentire il valore civile dell’azione politica. Il paese di Giorgio La Pira, di Enrico Berlinguer, di Aldo Moro (e di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Nino Caponnetto) non può rassegnarsi a vedere impotente la sua rovina.