La comunicazione politica, come è noto, è costituita da diversi elementi. Fra questi ci sono anche i linguaggi e le retoriche.

Una delle retoriche discorsive più diffuse negli ultimi anni è “non esiste più destra e sinistra” oppure, in una diversa e più semplicistica vulgata, “sono tutti uguali”. Rappresentano elementi di frame (“destra e sinistra sono categorie superate” è un frame, per esempio) a cui si agganciano specifici “footing” (“i politici sono tutti uguali”, “i partiti rubano”, e così via). Nelle retoriche della comunicazione politica ci sono spesso molti “footing” e “sub-footing”. Quando alcuni “frame” diventano dominanti e assumono significato sociale (grazie, per esempio, alla loro reiterazione mediatica o al passaparola popolare) essi assumono valore “egemonico”: non hanno bisogno di essere motivati, vengono considerati auto-legittimati. Così ad alcune affermazioni chiediamo che siano “dimostrabili” e altre diventano auto-evidenti (come nel passato l’idea che la donna fosse sempre in qualche modo connessa col diavolo…).

Uno dei luoghi comuni diventato frame della comunicazione politica riguarda proprio la presunta scomparsa di destra e sinistra.

Certo, se si fa riferimento al quadro politico derivante dalle ideologie tardo-ottocentesche, la differenza fra destra e sinistra non ha più senso. Semplicemente perché quella idea di “destra” e “sinistra” si è dissolta con la fine delle ideologie strutturate e dei partiti-chiesa. Questo però non significa che non ci siano più ideologie o progetti politici ideologicamente orientati travestiti da sistemi valoriali. E non è vero neanche che siano scomparse la “destra” e la “sinistra”. Se, infatti, non ci sono più le ideologie figlie della svolta positivista, permangono comunque differenze di visione del mondo, di progetto sul futuro.

Come si definisce un’azione che progetta di sottodimensionare (scientificamente) il peso del climate change per approvare politiche meno ambientaliste? Come mai in tale progetto sarebbero coinvolte alcune specifiche forze politiche (come sembra emergere dall’inchiesta sul caso Fox in UK) e non altre? Come si spiega che i più acerrimi nemici del piano di riforma della sanità del presidente Obama siano anche (sarebbero) quelli più vicini alla negazione dei problemi ambientali del pianeta? Come classificate chi nega l’Olocausto e chi, al contrario, ricorda la sistematica distruzione di un popolo?

Ci sono differenze fra un’economia solidale e un piano economico che tutela pochi e tassa impiegati e operai? Si tratta comunque di due visioni del mondo e della politica. Due visioni assolutamente legittime ma diverse. Conservatrice e progressista, autoritaria e democratica, bibì e bibò o con qualunque altra possibile terminologia. La sostanza non cambia: destra e sinistra.

Un altro caso, banale ma significativo. Le primarie negli USA sono strutturali, fanno cioè parte organica del processo di selezione della classe politica. In Europa sono arrivate più tardi, sebbene l’esercizio della democrazia assembleare del vecchi partiti ne rappresentasse una debole ma interessante anticipazione. In Italia il merito (o la colpa, dipende dai punti di vista) dell’esistenza delle primarie è del Partito Democratico e, nello specifico, del prof. Romano Prodi. Non solo lui, ovviamente, ma sicuramente Prodi rappresenta il simbolo dell’apertura di una nuova prospettiva nella selezione dei candidati. In UK, con un processo diverso ma simile, i laburisti hanno scelto il loro segretario, Ed Milliband (peraltro sconvolgendo i pronostici e i sondaggi che davano inizialmente favorito il più “moderato” fratello David). Oggi il Partito Socialista francese ha scelto (con un processo lungo, a due turni) il suo candidato alle elezioni presidenziali del 2012: sarà François Hollande, scelto dalla maggioranza degli oltri tre milioni di francesi che hanno partecipato alle primarie.

Italia, Regno Unito, Francia: tre paesi diversi, in cui i tre maggiori partiti della “sinistra” hanno scelto (più o meno efficacemente, più o meno correttamente, è da vedere, s’intende) i loro candidati. Anche su questo piccolo aspetto “destra” e “sinistra” non si somigliano affatto.

Che poi sia meglio scegliere i candidati con le primarie o con altri sistemi, non è questione che qui mi interessa approfondire. Che facciano meglio a sinistra o a destra, non è qui dirimente. Noto solo la differenza.

E noto che la retorica del “non c’è più destra e sinistra” è utile solo all’antipolitica e al populismo (anticamera, spesso, di estremismi totalitari). Come l’altra grande retorica della comunicazione politica contemporanea: “sono tutti uguali”. Funzionale a chi – lo sapeva bene Tomasi di Lampedusa – vuole cambiare tutto per non cambiare niente. Lo tenga a mente chi studia comunicazione politica: i disonesti e gli incompetenti ci sono dovunque, così come gli onesti e i capaci. Però… no, non sono tutti uguali.