Per chi studia la comunicazione politica, l’emersione mediatica di un fenomeno politico come quello rappresentato da Matteo Renzi costituisce sicuramente una grande occasione di analisi.

La dimensione comunicativa del “Big Bang” della Leopolda è, in effetti, di grande portata. Almeno in rete. Bisognerà poi vedere se avrà delle ricadute sui cittadini, su quelli “fuori dalla rete” e su quella massa di “floating voters” che spesso determinano l’esito di una competizione elettorale. Sicuramente, comunque, il fenomeno esiste.

“C’è un problema di rapporti con le vecchie liturgie di partito e con il centralismo democratico: un metodo che andava bene nel ‘900”, così Matteo Renzi che, peraltro, propone la nascita di un nuovo processo programmatico, il “WikiPd”. L’idea di lavorare in rete per contribuire a cento nuove proposte è originale, per quanto non del tutto nuova. Luoghi di condivisione di programmi ed esperienze c’erano già stati in Italia: le “Fabbriche di Nichi”, per esempio, e prima ancora la “Fabbrica del programma” di Romano Prodi. Se l’ultima chiedeva una partecipazione fisica (andare al capannone per discutere del programma e presentare proposte), quella di Vendola costituiva un’esperienza già ibrida e aperta ai social media; l’idea di Renzi sembra essere quella di dare primato alla rete.

Ci sono anche altri aspetti interessanti nell’incontro della Leopolda: da una parte il rifiuto delle “vecchie liturgie di partito”, dall’altra la proposta di nuove liturgie collettive, come l’idea di schioccare le dita e invitare tutti a “sentire il proprio cuore”. E poi, ancora, i gesti, le scelte di linguaggio, la decisione di non nominare mai Berlusconi (su questo, comunque, è arrivato primo Veltroni). Su tutto, comunque, lo scontro generazionale. I vecchi e i giovani, i nuovi rottamatori e le vecchie “oligarchie” di partito.

Lo scontro fra vecchi e giovani o, se si preferisce, fra vecchio e nuovo, appartiene da decenni alla retorica della comunicazione politica. L’immagine dei giovani che si oppongono al vecchiume è spesso presente nelle campagne politiche statunitensi fin dagli anni Quaranta; l’immagine della “giovane nazione ariana” è molto forte nei miti della “Hitler-Jugend” (e non è un caso che gli ebrei fossero spesso rappresentati ironicamente come vecchi, ricurvi sul denaro); l’idea della gioventù che libera la Patria è costitutiva dell’idea della mazziniana “Giovine Italia”; il fascismo addirittura si impossessò di un inno goliardico per farne una canzone propagandistica in cui, ancora una volta, è l’idea della “giovinezza” (da contrastare alla “vecchia” cultura) a rappresentare l’elemento trainante (“Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza: nel Fascismo è la salvezza, della nostra libertà”). Finanche la cultura del consumo degli anni Sessanta si è alimentata della retorica dello scontro fra giovani (i “beat”) e i vecchi (i “matusa”). Cambiano, ovviamente, metodi, ideologie, finalità.

Nessuna idea (ci mancherebbe altro) di voler confondere le campagne politiche della democrazia statunitense con la propaganda delle ideologie totalitarie, o i miti eroici del nostro Risorgimento con le pagine più buie del fascismo. Ma, pur con tutte le differenze programmatiche,  la retorica del nuovo contro il vecchio è sostanzialmente la stessa.

Quella verso cui metteva in guardia già nel 1989 Michele Serra, nel suo bel libro, Il nuovo che avanza.

In tempi a noi più vicini, alcuni ministri del Governo Berlusconi avevano evocato lo scontro generazionale (i presunti “privilegi” pensionistici dei padri come danno per i giovani) salvo poi accusare i giovani stessi di essere “bamboccioni”.

Insomma la retorica dei “giovani contro vecchi” è persino più vecchia di quella degli “scapoli contro ammogliati” dei campetti di calcio di periferia. Ma, appunto, è una retorica, un processo discorsivo o, ancora, un effetto di veridizione. In realtà, nessuna società può fare a meno del “patto intergenerazionale”, pena la sua autodistruzione per assenza di memoria o deficit di futuro.

Lo scontro fra giovani e vecchi è un falso problema. E chi scrive, come è noto, ha sempre combattuto la sua battaglia contro le gerontocrazie accademiche e per l’emersione dei giovani ricercatori. Ciononostante, ribadisco che lo scontro non è fra giovani e vecchi. Sandro Pertini, forse il Presidente della Repubblica più amato dalle/dagli italiane/i, fu eletto alla più alta magistratura dello Stato quando aveva 82 anni. Benito Mussolini aveva 39 anni quando guidò la “marcia su Roma”. Giovanni XXIII indisse il Concilio Ecumenico Vaticano II, uno degli eventi più rivoluzionari del Novecento, quando aveva 81 anni; altri, molto più giovani di lui, cercarono di bloccarne la carica innovativa.

Lo scontro è (dovrebbe essere) fra competenti e incompetenti, fra onesti e disonesti, fra merito e raccomandazione, fra persone che hanno a cuore un’idea alta della politica e persone che privilegiano solo il proprio interesse personale, fra chi ha idee nuove e vuole progettare il futuro e chi è ancorato al passato. Il richiamo allo “scontro generazionale” appartiene alla logica del populismo. “Non si ferma il vento con le mani, non si ferma il desiderio di chi ha voglia: apriamo, spalanchiamo le porte della politica!”, sono ancora parole di Matteo Renzi. Belle, suggestive, condivisibili (con un finale che evoca, forse involontariamente, quel famoso “Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo” che Giovanni Paolo II proclama nel 1978). Ma aprire le porte della politica potrebbe non bastare: bisogna dare a tutte/i la possibilità di entrare nella politica, di diventare protagonisti. Andando magari oltre la logica del “clicktivism” e dell’applauso alla frase a effetto.

Il populismo, da sempre, non è antitetico alle élites bensì alla popolarizzazione. E’ il degrado della popolarizzazione della comunicazione politica che produce il fenomeno che noi chiamiamo “dumbing down” che è, non a caso, funzionale a leader populisti. Dalla leadership verticale – scrivevamo poche settimane fa (E. De Blasio, M. Hibberd, M. Sorice, Popular Politics, Populism and the Leaders. Access without participation? The cases of Italy and UK) – si esce accettando la sfida della leadership orizzontale. Che, appunto, si costruisce su progetti e dialogo. E, possibilmente, lontani dalla tentazione del populismo.