Silvio Berlusconi si è dimesso.

La notizia ha creato reazioni di giubilo in Italia e nella stragrande maggioranza delle più qualificate testate internazionali.

Si discuterà, c’è chi lo sta già facendo, sul senso delle manifestazioni spontanee davanti al Quirinale. Manifestazioni, c’è da dirlo senza dubbio, civili e festose. Ben diverse da quelle che accompagnarono l’uscita di scena di Bettino Craxi e a cui (sbagliando) qualche commentatore ha accomunato quello che sta accadendo in queste ore. Le monetine di piazza Navona rappresentarono una risposta rabbiosa della piazza: a chi cerca di fare revisionismo storico a buon mercato, è bene tuttavia ricordare che esse furono la risposta alla tragedia morale rappresentata da Tangentopoli. La piccola orchestra del Quirinale costituisce una risposta festosa alla fine di un governo che ha spesso agitato lo spettro della piazza e che ha avuto proprio nel populismo più estremistico uno dei suoi punti di forza.

Perché allora criticare la piazza in festa?

In un paese normale i governi vincono ed escono di scena dalla porta principale, di solito senza applausi e fischi. E’ la logica dell’alternanza democratica. Quella che in molti vorremmo fosse caratteristica anche italiana.

Se così non è, però, le cause vanno rintracciate nella derisione continua degli avversari, nella contumelia come unico argomento di discussione politica, nelle tante – troppe – dita medie alzate contro chi la pensa diversamente, nelle machine del fango sapientemente orchestrate contro gli avversari scomodi o i presunti “traditori”, nel “machismo” del linguaggio di alcuni politici, negli editoriali di parte di alcuni telegiornali (pagati con soldi pubblici). Chi, in 17 anni, ha demonizzato gli avversari vedendo ovunque pericolosi “comunisti” (pericolosi perché, poi?), chi ha agitato lo spettro della secessione, chi ha trasformato la politica e il suo linguaggio in una questione di “amore” e “odio” (come se queste fossero categorie della politica), chi ha pensato che l’estremismo fosse preferibile alla moderazione… Questi sono i responsabili della trasformazione della politica da questione sociale (magari anche passionale) a meccanismo agonistico. Perché quindi stupirsi se migliaia di cittadini, offesi e umiliati per anni, hanno scelto di festeggiare?

Ora, però, è venuto il tempo di voltare pagina. Tornare alla politica come esercizio progettuale. Abbandonare l’estremismo di governo a favore del valore della responsabilità.

Un Paese in cui si vince o si perde uscendo sempre dalla porta principale è ancora possibile. Purché tutti abbiano il coraggio di dare priorità alla politica sulla finanza, al progetto sulle promesse populistiche. Insomma alla politica come valore condiviso e non più come strumento per la conservazione dei privilegi di pochi.

E’ venuto il tempo di voltare pagina: uscire dall’emergenza di una guerra civile mediatica ed entrare finalmente nel tempo della responsabilità.