“Ci eravamo sbagliati. Non è vero che la sinistra è morta. Oddio, quella guidata da Bersani in effetti ormai è un fenomeno da baraccone che trova spazio e voce soltanto a Ballarò e ad Annozero. Ma ce n’è un’altra che non demorde. Non è il Pd e neppure Di Pietro. Ha sede operativa al Quirinale, dove il comunista Giorgio Napolitano sta portando da solo sulle sue spalle tutto il peso dell’opposizione. Il presidente non si dà pace che Berlusconi continui a governare nonostante tutto quello che gli è stato gettato addosso. E così ogni giorno se ne inventa una per minare, intralciare, boicottare l’azione della maggioranza. L’ultima è di ieri. Napolitano pretende, fatto inusuale, che le Camere votino le nomine dei nuovi sottosegretari scelti giovedì dal premier per fare spazio nel governo al nuovo gruppo dei Responsabili (quei parlamentari che, passando con la maggioranza, hanno sventato il blitz di Fini e Bocchino). […] Ma quello che sorprende è che l’arbitro Napolitano fischia presunti falli contro la Costituzione solo quando crede e solo a senso unico. Prendiamo il caso Fini, eletto presidente della Camera da una maggioranza che ha rinnegato, che combatte e osteggia dentro e fuori l’aula. Vigliacco che il Quirinale abbia posto il problema a Fini e alla Camera”.

No, non sono parole mie. Non riuscirei nemmeno a pensarle. Provengono dall’editoriale che il direttore Alessandro Sallusti scrisse il non lontano 7 maggio 2011 su Il Giornale. Nella stessa giornata, diversi quotidiani riportavano una frase privata attribuita a Silvio Berlusconi sul Presidente, Giorgio Napolitano: “Si attacca a tutto pur di mettersi di traverso alla vigilia delle amministrative. È un comunista, so bene da che parte sta. Altro che stabilità, vuole destabilizzare il governo”.

Prima e durante, fino a oggi, tutti gli ingredienti del populismo antipolitico: dal dito medio che si alza all’indirizzo degli avversari all’attacco agli intellettuali, dall’accusa di “comunismo” lanciata persino ad alcuni vescovi al caso Boffo, dalla macchina del fango spinta a folle velocità contro il Presidente Fini all’attacco ideologico agli avversari politici. Fino agli attacchi al Parlamento (“inutile”) e alla sua funzione nonché, ovviamente, ai magistrati (“estremisti”) portati direttamente da Silvio Berlusconi alla conferenza annuale di Confindustria del 21 maggio 2009.

Le vicende di questi ultimi giorni, con l’Italia sull’orlo del baratro del “default”, sono note. L’intervento della BCE, la straordinaria opera di mediazione e ricostruzione del Presidente della Repubblica, l’incarico al prof. Monti.

In tutto questo, l’editoriale di oggi (13 novembre) del direttore del Tg1, Augusto Minzolini, si impernia esclusivamente sulla folla che saluta festosamente le dimissioni di Berlusconi. L’ho già scritto e non mi ripeto: sogno un Paese in cui chi vince e chi perde possa uscire sempre dalla porta principale, senza bisogno di applausi né di fischi. Ma l’avvelenamento dei pozzi, come l’ha efficacemente definito Francesco Merlo in un suo commento su la Repubblica  di oggi, non è certo responsabilità di quelli che manifestavano. Io non ci sarei mai andato a manifestare per le dimissioni (ma capisco bene chi lo ha fatto, peraltro per lo più in maniera civile e con toni festosi); ma d’altra parte io non alzo il dito medio contro chi non la pensa come me, non mi pulisco il “c…” con la bandiera tricolore, non attacco la massima magistratura della Repubblica…

Stupisce, ancora una volta, che il direttore del Tg1 (servizio pubblico, finanziato con i soldi di tutti i cittadini) decida di concentrare il suo editoriale sulla “piazza”. Come se tutto il resto (dalla crisi economica al debito pubblico fino alla necessità di abbassare i toni) non esistesse. Per chi, come me, continua a credere nel valore del servizio pubblico, gli editoriali di Augusto Minzolini sono davvero inquietanti. Non mi è mai piaciuta la “tv a tesi”, qualunque fosse la tesi precostituita. Se poi essa si annida addirittura nel primo tg nazionale (non a caso in piena crisi di ascolti) mi piace ancora meno. Gli editoriali di Minzolini costituiscono l’evidenza di quell’avvelenamento della vita pubblica che è il contrario della responsabilità. Il contrario di quell’invito ad abbassare i toni che più volte Giorgio Napolitano ha rivolto a tutti e che oggi, non a caso, ha voluto ricordare nel suo breve ma significativo discorso ai giornalisti al termine della giornata di consultazioni.

Ecco, il Presidente della Repubblica. Come contrasta il suo discorso con la sguaiata rappresentazione demagogica offerta da alcuni politici. Un discorso alto, quello di Napolitano, che richiama al valore dell’unità nazionale, alla necessità di combattere insieme il comune nemico rappresentato dalla crisi, al senso della responsabilità. Il Presidente della Repubblica, il Presidente di tutte le italiane e di tutti gli italiani, costituisce oggi un punto fermo intorno a cui le istituzioni, i partiti, i cittadini devono stringersi con fiducia.

Una piccola chiosa finale, a suo modo persino divertente. Un imprenditore piemontese, Oscar Farinetti, ideatore di UniEuro e Eataly, dopo le dimissioni di Berlusconi, ha comprato una pagina dell’edizione torinese di Repubblica per pubblicare un enorme tricolore ringraziando Napolitano. Potrà sembrare un gesto un po’ banale e forse comico; eppure rappresenta benissimo le sensazioni di chi ha cuore che l’Italia possa davvero “vincere la sfida per il riscatto, diventando sempre di più un punto di forza e non di debolezza di un’Unione di cui siamo stati fondatori”, come proprio stasera ha detto il prof. Mario Monti.