L’Italia sembra attraversata da un’ondata di proteste. Camionisti, “movimento dei forconi”, tassisti. E poi le altre categorie professionali, dai farmacisti ai notai. Alcune delle rivendicazioni possono – come sempre – avere un senso. Bisognerebbe discuterne nel merito, con la civiltà che si addice a un momento di crisi. Altre sembrano solo il frutto di un populismo molto esasperato; per esempio gli sgravi per i pedaggi autostradali sembrano quasi una “boutade”, dal momento che si dimentica che il comparto dell’autotrasporto “è’ destinatario di una riduzione compensata dei pedaggi autostradali che sarà pari, per il 2012, a 170 milioni di euro”, come ha dichiarato il ministro Passera.

I “forconi” si proclamano movimento spontaneo di popolo. Talmente popolare che accanto alla benzina, mancano pane e latte per i bambini e gli anziani di Sicilia. Popolare o populista? Forse non è un caso il rigurgito di indipendentismo, speculare all’etno-nazionalismo secessionista di una parte della Lega.

La violenza contro i camionisti che volevano esercitare il loro diritto a “non” scioperare (anche quello è un diritto) sembra una prassi comune, come quella delle tecniche “di guerriglia” (così le ha definite la Repubblica) per creare disagi ai cittadini organizzando blocchi stradali “rapidi”. Gruppi organizzati, dice il più grande sindacato dell’autotrasporto (Unatras, che peraltro NON partecipa agli “scioperi”). Con le forze dell’ordine (a cui va, come sempre, la nostra solidarietà) umiliate e colpite. Se volessimo ricorrere anche qui a una bella retorica populista potremmo ricordare (ed è un dato di fatto) che quei ragazzi in divisa guadagnano molto molto meno di quelle poche migliaia di persone che stanno bloccando il Paese.

Ma, al di là delle ragioni e dei torti, al di là delle motivazioni di chi protesta, la domanda politica che emerge in questi frangenti è molto semplice: dove sono finiti i “difensori della legalità” che urlavano contro gli studenti che manifestavano a Roma o gli operai sulle gru? Dove sono finiti quelli che consideravano lo sciopero una sorta di aberrazione e ora riconoscono dignità di sciopero ad azioni che poco hanno a che fare con la logica e la tradizione dello sciopero stesso? E come mai alcune “corporazioni” hanno scoperto solo ora gli stessi problemi che avevano anche tre mesi fa?

Nei populismi un po’ ingenui vanno poi rubricate anche affermazioni come quella sugli “sfigati” che a 28 anni non sono ancora laureati (affermazione, per la verità, rivista e corretta). Ma qui, forse, è solo scarsa conoscenza della realtà sociale italiana: chissà, un po’ di analisi sociale (con buona pace di chi ritiene inutili le scienze sociali) potrebbe ancora servire. Ci sono tanti ottimi manuali introduttivi: nelle Università non abbiamo fondi per la ricerca ma siamo sempre disponibili a fornire bibliografie. Che si abbiano 18, 28, 58 o 37 anni.

Tutti questi pezzi del puzzle Italia dovrebbero aiutarci a capire che le retoriche populiste e neo-corporative sono pericolose. E forse i profeti dell’ultraliberismo (quelli che attaccano lo Stato cattivo e invasore oltre che tartassatore sanguisuga) qualche responsabilità nel clima di disgregazione del valore della coesione sociale potrebbero anche avercela. Dal momento che tutte le ideologie storiche una revisione autocritica l’hanno tentata, sarebbe ora che ci provasse anche il liberismo, l’ultima ideologia (vecchia) rimasta in campo.

Non è un caso, forse, che il card. Angelo Bagnasco – presidente della CEI – abbia ricordato la necessità di ridare alla politica il primato sulla finanza.

Primato della politica significa anche primato del dialogo e della responsabilità. Significa capire che sulla barca flagellata dalla tempesta ci si sacrifica insieme e si lotta insieme. Con i populismi si possono anche vincere le elezioni. Ma poi si affonda lo stesso.