Chi ha un minimo di dimestichezza con la manualistica della scienza politica, sa che esistono diverse definizioni di democrazia; anzi la stessa (e più corretta) declinazione al plurale – democrazie – è preferibile perché evidenzia la molteplicità di modelli possibili.

Esistono inoltre definizioni “minime” di democrazia, quelle, per intenderci, che individuano alcuni punti ineludibili: a) il suffragio universale maschile e femminile; b) la presenza di elezioni libere, competitive, ricorrenti e corrette; c) la legittima presenza di più di un partito; d) l’esistenza di fonti di informazione alternative, libere e diversificate. Un manuale (che personalmente ritengo il più completo) come quello di Maurizio Cotta, Donatella della Porta e Leonardo Morlino (Fondamenti di scienza politica, Bologna: Il Mulino) può risultare molto utile per chi voglia approfondire la problematicità del concetto e della pratica della democrazia.

Nella democrazia occidentale – quella che un po’ impropriamente definiamo “liberale” – il ruolo dei partiti si è storicamente affermato soprattutto nella funzione di mediazione fra istituzioni pubbliche, società civile, stato, cittadini. Al di là delle inevitabili storture e deformazioni, essi rappresentano il luogo (o dovrebbero rappresentarlo) della costruzione democratica. I partiti, come scriveva Pizzorno quasi vent’anni fa, devono riuscire a dare espressione all’identità costruita per le persone che rappresentano. I cittadini, dal canto loro, dovrebbero rifutare la fuga nell’antipolitica o l’accettazione delle sirene del populismo, da sempre prodromi di svolte autoritarie e antidemocratiche.

D’altra parte, la perdita di potere del cittadino – anche questa già lucidamente analizzata da Colin Crouch in molti suoi lavori oltre che da Freedland – trova responsabilità anche nei partiti e, più in generale, nella classe politica; quella che ha bisogno della legittimazione proveniente dal demos e nel contempo vorrebbe spesso ridurne il peso.

In questa situazione generale si possono inquadrare le polemiche che in queste ore attraversano la politica italiana, riguardanti il testo sul lavoro “proposto” dal Governo. Le diverse posizioni sono tutte assolutamente legittime. Esse devono potersi confrontare e magari arricchire reciprocamente. Ma c’è un luogo dove questo dovrebbe avvenire ed è il Parlamento della Repubblica. Il luogo dove le leggi vengono discusse, modificate, se possibile migliorate, tenendo conto di tutte (tutte!) le parti sociali coinvolte. La democrazia, infatti, non è il dominio della maggioranza (quando anche fosse realmente tale) sulla minoranza bensì il raggiungimento di soluzioni che possano essere utili al Paese (che non è un’entità astratta ma è composto dalle donne e dagli uomini che in questo tempo storico lo abitano e ne definiscono l’identità).

Quasi sempre  i leader populisti hanno accusato i parlamenti di essere inutili, ridondanti, inefficienti, pletorici. L’attaco alla politica è una delle tipiche retoriche populiste. Non a caso tali toni non si sono mai uditi dai grandi statisti europei.

Sarebbe quindi gravissimo se nell’Italia del 2012 qualcuno – fosse anche un governo di persone per bene – pensasse di poter fare riforme senza consenso sociale e scavalcando il Parlamento. In altre parole, il Parlamento, anche se composto da “eletti-nominati” e quindi con una relativa capacità di rappresentazione effettiva della pluralità sociale, costituisce comunque un luogo “sacro” della democrazia. Anche di quella postdemocrazia in cui siamo inseriti. E che dovremmo sforzarci di rendere un po’ più egualitaria.