Dalle vicende della Lega Nord che in questi giorni leggiamo dai giornali, emergono alcuni aspetti oggettivamente inquietanti. Quello sicuramente più sconcertante è lucidamente discusso da Francesco Merlo in un commento pubblicato da la Repubblica di oggi, 8 aprile 2012, in prima pagina. Si tratta del legame fra il “cerchio magico” e i titoli di studio. L’analisi di Merlo è stringente e lucidissima: rimando quindi alla sua lettura.

Ma c’è un aspetto su cui vorrei insistere. Riguarda quella retorica “anti-intellettuale” fortemente presente nelle strategie di discorso del populismo. Mi permetto di invitare alla lettura di un frammento da un libro (E. De Blasio, M. Hibberd, M. Higgins, M. Sorice, La leadership politica fra media e populismo. Roma: Carocci) che sarà in libreria il mese prossimo e che raccoglie gli ultimi due anni di lavori e riflessioni di un piccolo gruppo di studiosi.

La quarta retorica dell’antipolitica è quella che qui abbiamo definito retorica anti-intellettuale. Si tratta di una retorica non nuova nello scenario politico italiano (e, in realtà, presente anche fuori d’Italia). Anche in questo caso, l’opposizione è fra il “noi” popolare – costituito da chi svolge lavori manuali e mostra una “concretezza” nelle scelte di vita – e il “loro” rappresentato da professori (anzi “professorini”), intellettuali incapaci di affrontare concretamente la quotidianità, giovani utilizzatori di tecnologie avanzate (nerd, geek, etc.), e infine i dipendenti pubblici, assimilati metonimicamente agli intellettuali perché anch’essi incapaci di concretezza (e, in ultima analisi, “scansafatiche”). Se la retorica contro il “culturame” data addirittura al 1949, quando al congresso di Venezia della Democrazia Cristiana, Mario Scelba usò il termine per attaccare gli intellettuali di avversa posizione politica, le strategie di demonizzazione della cultura e degli intellettuali hanno raggiunto livelli sensibilmente più alti nel corso del periodo 2009-2011. La retorica anti-illettuale si è appoggiata allo sviluppo di una nuova egemonia mediatica che, molto opportunamente, Massimiliano Panarari (2010) ha definito egemonia sottoculturale.

La delegittimazione del lavoro intellettuale è ideologica. Essa tende a marginalizzare l’argomentazione a favore della spettacolarizzazione gridata, sostituendo al principio d’autorità un “principio di maggioranza”. Il principio per il quale, se un’idea è maggioritaria è senza dubbio giusta e chi sostiene idee discordanti è un nemico da colpire (metaforicamente ma non solo). E’ la logica che conduce alcuni storici a passare dall’analisi delle fonti storiografiche all’io penso che (con cui si possono celebrare pericolosi revisionismi); è la stessa logica per cui alcune discipline accademiche vengono giudicate “inutili” o fallimentari rispetto agli sbocchi occupazionali a dispetto dei dati empirici che mostrano il contrario; è la stessa logica, infine, che produce il corto-circuito istituzionale per cui “avere la maggioranza” significa avere il diritto a non rispettare le regole definite. Se nei primi due casi, la cultura (e i suoi metodi certificati di validazione) e le professioni intellettuali corrono un serio rischio, nell’ultimo caso è lo stesso sistema democratico a rischiare il collasso.

Per evitare il collasso della democrazia, la politica dovrebbe davvero tornare al suo compito più alto: gestire il presente e progettare il futuro.
La responsabilità delle retoriche anti-intellettuali (come abbiamo visto da tempo presenti nella politica italiana) sono però da ricercarsi anche in quelle sacche di baronato accademico che in questi anni hanno accettato compromessi vergognosi, regalando cattedre a “famigli” impresentabili e così indirettamente legittimando la logica di Gemonio. E’ in quelle logiche che si nasconde la delegittimazione dei saperi e lo sberleffo alle professioni intellettuali.
Credo che tutti ricordiamo una trasmissione televisiva in cui un ex-ministro attaccava con violenza la professoressa Nadia Urbinati, docente alla Columbia University, una delle studiose di scienza politica più note al mondo (Ma chi è questa professoressa? Povera Università, penseranno che noi italiani siamo tutti così!). Un piccolo esempio – fra i tanti – in cui la politica (gridata, ovviamente) distribuisce persino patenti di legittimità accademica.
Aspettiamo dalla politica uno scatto d’orgoglio, magari ricordando che prima di essere il paese dei titoli di studio comprati e della ridicolizzazione dei saperi intellettuali, siamo (eravamo?) quello della Cultura; quello che può giustamente vantarsi di aver dato i natali ad autori e autrici le cui opere sono citate nei libri di tutto il mondo. I libri…
Nel film Indiana Jones e l’ultima crociata, il prof. Henry Jones ricorda  “che quegli imbecilli, che marciano con il passo dell’oca come lei, dovrebbero leggerli i libri invece di bruciarli”. Certo, a che serve leggere i libri in un paese in cui i titoli puoi comprarli e il successo è direttamente proporzionale alla cilindrata dell’automobile che si ostenta? La società italiana deve interrogarsi; la politica deve saper dare risposte.
Subito.