Occupandomi di politica e democrazia – e segnatamente di comunicazione politica – ho sempre guardato con grande attenzione e rispetto alle posizioni di Beppe Grillo prima e del suo movimento poi. Peraltro ho avuto modo di conoscere – seppure fugacemente – Beppe Grillo quasi dieci anni fa alla marcia per la pace e la solidarietà che la Rete Radié Resch organizzava da Agliana a Quarrata, in provincia di Pistoia. Oltre a Grillo, la cui capacità attoriale sul palco era straordinaria, c’erano personaggi come Giancarlo Caselli, Gherardo Colombo, don Luigi Ciotti, p. Alex Zanotelli. E poi le tante associazioni del mondo cattolico, del volontariato laico, i giovani dei partiti della sinistra.

A maggior ragione, quindi, ho sempre nutrito un grande interesse sia per le strategie comunicative di Grillo, sia per gli eventi “meet-up”, sia per le proposte politiche miranti (almeno inizialmente) a un cambiamento nella sfera dei comportamenti di consumo. Non pensavo, all’epoca, che la proposta del Beppe Grillo di allora (non dissimile, ma più semplicistica, da quelle dei teorici della decrescita o dalle analisi del Centro Nuovo Modello di Sviluppo)  avrebbe avuto come esito la creazione di un movimento-partito.

Oggi il Movimento 5 Stelle viene accreditato nei sondaggi come il protagonista di una crescita impetuosa nei favori dell’elettorato. Pur con tutte le cautele del caso, si tratta comunque di un dato significativo che va analizzato con lucidità e rigore scientifico (e senza, ovviamente, rinunciare alla passione).

Che alcune delle proposte di Grillo siano populiste è evidente e lo sanno anche molti dei protagonisti del Movimento 5 Stelle; d’altra parte toni populistici sono sempre stati presenti nelle logiche elettorali delle democrazie liberali. Il video d’animazione qui sotto, per esempio, fu prodotto in Gran Bretagna dai Conservatori di Stanley Baldwin contro i Laburisti di Ramsay MacDonald (siamo nel 1931) ed evidenzia molto bene quali fossero i toni della propaganda elettorale.

Ci sono però alcuni elementi che bisognerebbe considerare con attenzione. Gad Lerner ha scritto un breve post sul suo blog proprio sul fenomeno Grillo. Lerner – il cui impegno civile, coraggioso e senza mediazioni al ribasso molti sembrano aver dimenticato – è stato subissato da critiche aspre e spesso volgari. Toni simili, in rete, anche contro Nichi Vendola, che in un’intervista a Sky Tg24 ha parlato della necessità che la politica ritrovi il primato che le spetta, migliorandosi certo, ma senza la tentazione pericolosissima dell’antipolitica, da sempre (come sanno quelli che i libri di storia li leggono) preludio a svolte autoritarie e antidemocratiche. Dice Vendola: “Ci sono delle involuzioni nel discorso pubblico di Grillo che colgo con preoccupazione, alcune battute che sembrano in stile leghista, una mescolanza di argomenti di estrema sinistra ed estrema destra e questo me lo rende un fenomeno tuttora da decifrare e guardare con attenzione ma è un fenomeno inquietante. Oggi la malattia della cattiva politica si cura con la partecipazione, con la cultura e con la democrazia”.

Il leader di Sel sintetizza in poche parole i valori fondanti dell’educazione alla politica e della democrazia. C’è una “malpolitica” da cui bisogna uscire. Come?

Chiudendo tutti i partiti? Il sogno di molti “leader forti”; era una delle idee guida anche del generale Videla, che proprio in questi giorni ha confessato la sistematica deportazione omicida di circa 8.000 argentini negli anni della dittatura militare.

Non dando più neanche un centesimo ai partiti? Possibile, a patto che si trovino soluzioni trasparenti e di garanzia per evitare di avere poi solo partiti patrimoniali, a disposizione del ricco signore di turno (con buona pace della partecipazione democratica).

Adottando una logica di pseudo-democrazia diretta, come quella del sondaggio permanente? Ci avevano pensato già negli USA fin dagli anni Quaranta. Sembrava persino un sistema democratico: un sondaggio per sapere cosa vuole la gente e poi si esegue. Basta un governo di ragionieri (con tutto il rispetto per i ragioneri ovviamente, che peraltro ci sono sempre in tutti i governi, anche in molti di quelli attualmente in esercizio in Europa). Peccato che poi si debbano fare i conti con i leader che inseguono la propria base elettorale promettendo ciò che non possono mantenere (è la logica della followership presidency) e con il potere di influenza dei media. Senza dimenticare che magari qualche proprietario di industrie mediali potrebbe persino pensare di entrare in politica (negli USA non è mai successo e non succederà mai, ovviamente).

Ci sarebbe anche la soluzione più estrema. Qualcuno ricorderà il deputato Luca Leoni Orsenigo (Lega Nord) che il 16 marzo 1993 agitò il cappio nell’aula di Montecitorio. Molti dei commenti che si leggono in rete in queste ore non sono tanto lontani dall’ideologia forcaiola (e – ribadiamolo – antidemocratica) che quel cappio vergognosamente evocava.

Allora ci teniamo la politica attuale?

Fra la malpolitica e il populismo antipolitico ci sono altre strade; più strette e difficili, più faticose e lunghe. Ha ragione Vendola: la malattia della cattiva politica si cura con la partecipazione, con la cultura e con la democrazia. Fra la deriva autoritaria a cui il populismo antipolitico quasi inevitabilmente conduce e la politica cattiva e corrotta, esiste una via fatta di qualità, di merito, di competenza, di onestà. Esistono esperienze di base che in alcuni comuni traducono la democrazia nella logica deliberativa dei bilanci partecipati. Ci sono giovani che la politica la studiano e che si impegnano per passione.

Un’altra politica non solo è possibile ma esiste già. E’ silenziosa; è nascosta dal rumore mediatico del populismo antipolitico (che fa molto comodo proprio a quei “poteri forti” della finanza mondiale che a parole tutti vogliono combattere); è delusa e demoralizzata dalle consorterie di partito che non lasciano spazio a volti e idee nuove; è impaurita dalla violenza che si respira nel paese; è fragile. Ma c’è.

Un’altra politica è possibile. A noi, a tutti noi il compito di darle forza. E un pizzico di speranza.