Un’analisi delle elezioni francesi non è facile, sia per la specificità del sistema elettorale (il doppio turno) sia per la particolare situazione sociale in cui la Francia ha votato ieri.

Dal punto di vista istituzionale, è bene ricordare che il semipresidenzialismo francese presenta una struttura dell’esecutivo fondamentalmente monocratica ma in cui sussistono notevoli elementi di collegialità; in esso convivono una legittimazione a un tempo diretta (l’elezione del presidente da parte del popolo) e indiretta (il governo deve ottenere una maggioranza parlamentare). La Quinta Repubblica esiste dal 1958 ma l’elezione diretta del Presidente si ha solo dal 1962; la quinta Repubblica francese è quindi una “splendida cinquantenne” come giustamente la definiscono Sofia Ventura e Gianfranco Pasquino in un illuminante volume da essi curato per il Mulino.

Il caso francese è molto interessante. La forza democratica, infatti, è data anche dal sistema elettorale: doppio turno con ballottaggio e parlamento eletto separatamente dal presidente. Questo sistema garantisce ai cittadini di eleggere un parlamento teoricamente di colore diverso da quello del presidente: in questo caso (coabitazione) è il primo ministro ad avere un grosso peso decisionale. Il doppio turno, inoltre, favorisce la rappresentanza e le aggregazioni programmatiche (come accade – anche se in modo leggermente diverso – nelle elezioni comunali in Italia) e consente ai cittadini di scegliere direttamente i propri rappresentanti.

Abbastanza curiosamente il sistema elettorale francese viene sempre programmaticamente tagliato fuori dalle discussioni dei politici italiani (con qualche eccezione ovviamente) che, invece, sembrano più propensi a cercare strane e complicate alchimie. La ragione (ipotizzo) è che molti leader politici sono più interessanti a disegnare un sistema che li garantisca invece di un sistema che garantisca la rappresentanza effettiva dei cittadini. Insomma, tanti Elbridge Gerry, l’uomo politico americano di inizio Ottocento che ha dato il nome alla pratica del gerrymandering.

Tornando alla Francia, è difficile fare un’analisi del voto che non consideri la forte protesta (il voto della rabbia, come è stato definito) che costituisce un tratto non nuovo nel primo turno delle presidenziali. Il 18% alla signora Le Pen non è, ovviamente, solo un voto di generica protesta; esso, infatti, accoglie molte delle tendenze antipolitiche (presenti anche in Francia) nonché l’elettorato che tradizionalmente si muove nell’orbita della destra estrema. A questi vanno aggiunti quegli elettori che tradizionalmente si riconoscono nel populismo “soft” del centro-destra ma che nella logica del primo turno premiano il candidato con l’identità più forte. Insomma, fra due populismi, l’originale è sempre meglio della copia…

Il voto a sinistra, invece, sembra più coerente e coeso del solito. Nonostante la consueta miriade di sigle e candidati (un retaggio del tradizionale “frazionismo” della sinistra continentale?). Significativa l’affermazione di Jean Luc Mélenchon per un voto “contro Sarkozy” e quindi, di fatto, per Hollande.

L’interesse, allora, si sposta sui due attori principali. Il presidente uscente ha ottenuto un risultato che è persino migliore di quello che alcuni sondaggi gli accreditavano ma, al tempo stesso, è in caduta libera per quanto riguarda il consenso nel Paese. François Hollande invece sembra rispettare le aspettative: in testa ma di poco. Qui, però, l’analisi del risultato elettorale deve coniugarsi con l’attenta considerazione della sua proposta politica. Su la Repubblica di oggi (23 aprile), Marc Lazar, con la consueta lucidità, scrive:

Sussistono tuttavia le particolarità del suo riformismo che egli oggi rivendica apertamente: l’importanza accordata allo Stato, la generosità dei sussidi sociali, una retorica alquanto radicale per contrastare la concorrenza a sinistra, molta ambiguità sull’Europa (tenuto conto di quanto questo argomento divida), continui riferimenti alla Repubblica e alla laicità, e infine la forte dedizione al sentimento di eguaglianza (…) È questo il socialismo? Si tratta di un grande interrogativo, all’origine di dibattiti senza fine. I marxisti tradizionalisti e i rappresentanti della sinistra hanno buon gioco a denunciare la rinuncia alla collettivizzazione dei mezzi di produzione e di quella che essi definiscono la “capitolazione” davanti al mercato. I modernizzatori ribattono dal canto loro che la forza del socialismo scaturisce dal suo continuo adattarsi alle evoluzioni del capitalismo e della società continuando tuttavia a restare fedele ai valori fondamentali dell’eguaglianza e della libertà.

Difficile individuare le specificità della proposta politica di Hollande e ha ragione Lazar quando scrive che il Partito Socialista francese non persegue più l’idea di un socialismo come grande disegno teleologico. Ma forse un disegno di questo tipo è impossibile per chiunque oggi. Meglio, quindi, un approccio pragmatico ma che non rinuncia alla speranza di un mondo migliore.

La proposta politica dei socialisti francesi – nei commenti di molti altri analisti – sembra oscillare fra l’adesione alla tradizione del movimento operaio e la terza via di Tony Blair. Credo si tratti di formule inadeguate. Fin dai tempi di Mitterrand, il PS si è mosso seguendo una propria linea originale, una sorta di modello socialdemocratico francese: attento al libero mercato ma senza mai indulgere alle sirene del “mercatismo”, fautore di uno stato sociale forte ma attento alla razionalità dei bilanci e, soprattutto, strenuo difensore delle libertà democratiche.

Difficile capire ora se il progetto politico di Hollande sarà più vicino alle socialdemocrazie nord-europee o alla terza via blairiana o magari al Labour di Ed Milliband. Sicuramente sarà un progetto diverso. Sicuramente sarà un disegno radicato sulle persone e non solo sui numeri dei bilanci. Se questo poi potrà dare respiro a un’Europa finora incapace di inventare qualcosa di nuovo, lo potremo vedere solo dopo il 6 maggio. Sempre, ovviamente, che François Hollande vinca le elezioni.