Ventisette banche possiedono il 52% della ricchezza globale. Diciannove di queste hanno gli stessi vertici che avevano prima della crisi economica mondiale.

Si tratta di un dato abbastanza sconcertante che spesso passa sotto silenzio. Nello stesso tempo, i “mercati” legittimano e demoliscono, danno credito a uno stato o lo tolgono a un leader politico. François Hollande, per esempio, sarebbe visto “con sospetto” dai mercati. Difficile pensare al leader socialista francese come a un pericoloso collettivista ma forse il “pericolo” è rappresentato dalla sua idea di società fatta di persone. Niente formule mediatiche (ma vuote nella sostanza) come la Big Society di Cameron, niente proclami: semplicemente il richiamo alla necessità di una maggiore attenzione alla vita delle donne e degli uomini di Francia e d’Europa. Un pericolo?

Nel frattempo, in Italia, ci sono operai e impiegati che perdono il lavoro che hanno magari svolto per trent’anni; artigiani soffocati dalla crisi dei consumi e spesso in difficoltà a pagare le tasse; imprenditori che si suicidano nella disperazione di chi spesso non può esigere crediti ma deve pagare i debiti. Anelli deboli di una società che deve comunque andare avanti? I mercati sanzionano – in positiva o in negativo – i bilanci, i passivi, il debito, l’inflazione, lo spread: i numeri delle economie nazionali. Quasi mai fra questi numeri ci sono quelli dei disoccupati, dei disperati, dei giovani senza speranza.

Federico Caffè amava spesso ripetere che i mercati non esistono, perché in realtà dentro (e spesso dietro) ci sono persone, gruppi, interessi.

Il ricorso all’ideologia del mercato produce quel nichilismo di massa di cui ha più volte parlato Benedetto XVI. Un nichilismo senza speranza e nemico del futuro. Contiguo all’individualismo selvaggio che ha rappresentato la cifra distintiva delle derive post-democratiche delle società occidentali. Eppure l’individuo e l’individualità si possono difendere solo rifiutando la retorica dell’individualismo e, anzi, adottando una prospettiva anti-individualista. Alla solidarietà si è però sostituito l’egoismo sociale, e la rincorsa ossessiva al contenimento della spesa senza crescita ne rappresenta solo l’esito più evidente. La relazione fra libertà ed eguaglianza – come ha lucidamente messo in luce Nadia Urbinati nel suo bellissimo Liberi e uguali – costituisce lo snodo centrale su cui passa la difesa della stessa democrazia. Una democrazia, si badi bene, che non può più essere solo quella della tradizione liberale ma che ha bisogno di istanze deliberative e partecipative.

In questa situazione, l’antipolitica assume un colore ancora più sinistro. Mentre, infatti, sulla politica vengono fatte ricadere le colpe della crisi globale, si assiste a un curioso fenomeno di rimozione delle responsabilità da parte di quei soggetti che la crisi l’hanno prima creata e su cui poi hanno abbondantemente speculato. Il sistema finanziario globale ha responsabilità non certo inferiori alla politica, anzi… L’antipolitica – spesso becera e populista – trova più conveniente (per esempio) delegittimare qualunque forma di finanziamento della politica, come se essa non avesse dei costi necessari. E, si badi, un conto è la sacrosanta battaglia per la moralizzazione, la riduzione della spesa e la trasparenza dei bilanci dei partiti, altro è quello di una società che, liberatasi dai costi dei partiti, non potrà far altro che affidare la politica ai più ricchi e potenti, cioè agli stessi attori che stanno dentro e dietro i “mercati”.

Come mai l’antipolitica non entra mai nel merito delle forme della democrazia, dei modelli economici, delle responsabilità della crisi e delle possibili soluzioni per uscirne? Perché a quel punto bisognerebbe fare delle scelte politiche. Bisognerebbe avere un progetto di società. Bisognerebbe avere il coraggio di dire che sia lo statalismo collettivista sia il mercato dell’individualismo nichilista hanno fallito, mentre lo stesso non può certo dirsi, sicuramente non nella stessa misura, dei modelli socialdemocratici – o di welfare avanzato – (ma questo, chissà perché, non si dice mai o “spaventa i mercati”, come se in Norvegia e Svezia ci fossero economie chiuse e file per il pane…).

La saldatura (involontaria?) fra l’antipolitica e gli interessi dei pochi che governano le economie mondiali è sconcertante.

Ancora più sconcertante che la politica italiana non riesca a dare risposte propositive, a ritrovare la sua funzione di progettualità sociale. L’antipolitica e l’ideologia individualista si contrastano solo ed esclusivamente con il ritorno della Politica, della buona politica. Una politica che ritrovi il coraggio di fare proposte di lungo periodo, che sappia affrontare il presente, progettando il futuro.