In un libro di imminente pubblicazione (E. De Blasio, M. Higgins, M. Hibberd, M. Sorice La leadership politica fra media e populismo. Roma: Carocci), Emiliana De Blasio scrive: “Nel 1915, Martin Conway distingueva tre tipi di leader: 1) i leader trascinatori della folla, capaci di orientare le grandi masse popolari su un progetto politico da egli stesso ideato e proposto; 2) i leader interpreti della folla, capaci di esplicitare i sentimenti delle masse e, in qualche modo, persino di far sorgere – in maniera quasi maieutica – ciò che è solo latente; 3) i leader rappresentanti della folla, pronti a intercettare desideri e aspirazioni popolari ma solo nella misura in cui essi vengono resi espliciti. Non esisteva ancora una scienza dei sondaggi nel 1915 e, quindi, Conway non poteva ipotizzare che in realtà la giunzione fra leader interpreti e leader rappresentanti è meno difficile di quello che all’epoca poteva apparire. I social media – con la loro attenzione alle pratiche di following  (dai retweet di Twitter ai “mi piace” di Facebook e, più in generale, a tutti gli strumenti di condivisione) – riportano al centro della riflessione sulla leadership politica proprio il legame fra leader e seguaci. Ovviamente in una modalità del tutto nuova rispetto a quella della realtà sociale e storica a cui faceva riferimento Martin Conway”.

La connessione fra leader e seguaci ci riporta a un’altra connessione, quella fra sondaggi e “democrazia diretta”, anch’essa di vecchia data.  George Gallup, per esempio,  uno dei pionieri della ricerca sociale attraverso tecniche di campionamento probabilistico, già nel 1935 fondava l’American Institute of Public Opinion, diventato poi alla fine degli anni Cinquanta l’istituto che portava il suo stesso nome. L’affermazione del sondaggio come strumento di rappresentazione simbolica della realtà (o, se si preferisce, come “effetto di realtà”) è invece posteriore. Una delle conseguenze del successo dei sondaggi (soprattutto della loro rappresentazione sociale) è la diminuzione di centralità dei militanti e dei simpatizzanti dei grandi partiti di massa, eredi delle tradizioni di fine Ottocento. I militanti, in effetti, oltre a svolgere un ruolo importantissimo nell’azione politica sul territorio, costituivano un non trascurabile termometro sociale per la classe dirigente politica. Grazie a essi, infatti, i dirigenti potevano conoscere le opinioni e le aspettative della popolazione, o almeno di una parte significativa di essa (quella a loro più vicina). Il polling ha fortemente ridotto il ruolo di interlocuzione che la base elettorale e gli aderenti dei partiti svolgevano. “I moderni sondaggi di opinione, che sono condotti da imprese commerciali specializzate nel settore, possono fornire a ristrette élite politiche, del tutto prive di una base organizzativa di massa, le necessarie informazioni circa i movimenti di opinione dell’elettorato, informazioni sulle quali quindi elaborare una realistica strategia politica” (S. Fabbrini (2011) Addomesticare il principe. Venezia: Marsilio, p. 57).

Non è un caso che già nel 1910, James Bryce ipotizzasse, il governo dell’opinione pubblica. Un’opinione pubblica da interpellare, ovviamente, attraverso sondaggi (da rendere scientifici e sicuri, questo il sogno dell’epoca). A questo proposito, un bel libro sulla sondocrazia (e i problemi a essa connessi) è quello di Valentina Reda (2011) I sondaggi dei presidenti. Governo e umori dell’opinione pubblica. Milano: Egea-Università Bocconi.

Oggi il governo dell’opinione pubblica sembra superato dall’idea che possa esistere una specie di “governo della rete”, evidentemente non alieno a quei fenomeni di webpopulism di cui scrive ancora Emiliana De Blasio nel libro che ha realizzato insieme a me, a Micheal Higgins e a Matthew Hibberd.

L’idea della democrazia della rete è una sorta di superamento del concetto di democrazia diretta (i cui rischi di involuzione totalitaria, peraltro, sono noti a chiunque abbia basi elementari di scienza politica). Al tempo stesso, però, essa ha molti tratti di contiguità con l’idea un po’ snobistica del governo dell’opinione pubblica che Bryce ipotizzava un secolo fa. Nella democrazia della rete, così come nella sondocrazia, l’effetto soundbite tende a ridurre il dibattito politico a slogan e concorre contemporaneamente alla produzione di meccanismi di semplificazione della politica e di banalizzazioni di tipo populistico. E poi: quanto conta la mia vicina ottantenne nella democrazia della rete?

Molti dei militanti del Movimento 5 Stelle provengono da esperienze di base molto significative: dai movimenti per la decrescita felice alle associazioni ambientaliste, da esperienze di impegno civile a realtà del volontariato. Si tratta di alcune di quelle esperienze che, giustamente, Donatella della Porta (2011. Democrazie. Bologna: Il Mulino) individua fra quelle che hanno sperimentato in maniera significativa forme di democrazia deliberativa e partecipativa. Un modello innovativo e molto diverso sia dalla tradizione delle ormai esauste democrazie liberali sia da quello (pericolosissimo) della democrazia diretta o assembleare. Fra la democrazia diretta (o forse moderno “governo dell’opinione pubblica”?) proposto dal leader e i modelli di partecipazione popolare locale c’è un cortocircuito che non è solo culturale.

Un cortocircuito in cui si collocano pretese di verità e demonizzazioni dell’avversario. La politica italiana – è vero – ha bisogno di un sussulto e di una spinta innovativa. Ha bisogno di andare avanti. Non di tornare a riverniciature di ipotesi vecchie di un secolo.