Il quotidiano la Repubblica apriva oggi con una lunga intervista al Ministro dell’Istruzione e dell’Università, prof. Francesco Profumo. Le sintesi giornalistiche, com’è noto, finanche nei virgolettati, non corrispondono necessariamente all’azione politica né a quella di governo. Tuttavia l’intervista del ministro Profumo è interessante, sia per quello che dice sia (soprattutto) per quello che non dice.

I concetti chiave che emergono dalle parole del Ministro sono due e, a mio parere, ampiamente condivisibili: eccellenza e merito. Che l’università debba garantire la ricerca d’eccellenza nonché l’eccellenza nella ricerca (non necessariamente sono la stessa cosa)  è assolutamente sacrosanto. Un po’ meno chiaro, però, è come dovrebbe fare l’università italiana a garantire l’eccellenza nella ricerca senza avere fondi. I nostri giovani ricercatori ricevono emolumenti che somigliano molto a compensi simbolici; i migliori (anche quando hanno buona volontà) fanno fatica a restare nell’ambito della ricerca universitaria, dal momento che qualunque attività esterna garantisce compensi comunque meno bassi senza lo stress del lavoro di ricerca che è spesso lungo, faticoso, senza orari e sempre sottoposto a valutazione.

I ragazzi e le ragazze migliori che intendono intraprendere l’attività universitaria devono scontrarsi dapprima con le regole di una selezione ancora molto dipendente da imposizioni baronali e clientelari e poi con l’esiguità dei fondi disponibili. E qui arriva, con prepotenza, anche la questione del merito. Molti dei giovani (sempre meno tali ma l’università italiana non sembra accorgersene) fra i 30 e i 40 anni lavorano nella ricerca scontando un precariato che dipende dall’assenza di concorsi o dell’incetta di posti fatta da pochi baroni nel recente passato. Quando si parla di merito, significa anche sanare le ingiustizie (e sono tante) che ancora gridano nel deserto culturale della società civile italiana?

Quando si parla di merito, siamo d’accordo che i giovani potranno accedere ai dottorati di ricerca perché meritevoli?

Quando si parla di merito, significa che stabiliremo criteri certi per la valutazione dei titoli scientifici, delle attività di ricerca e di quelle didattiche?

Il Ministero – gli va dato atto – si sta muovendo da tempo con attenzione su questi temi. Ma è necessario che alla strategia dell’annuncio seguano politiche mirate e intelligenti.

C’è poi la non irrilevante questione della scuola secondaria. In quel caso, eccellenza si coniuga con frequenza delle aule scolastiche, lotta all’abbandono e alla dispersione, qualificazione del corpo docente (skills che i docenti devono possedere ma anche riconoscimento, pure economico, del loro ruolo sociale).Vogliamo che la cultura sia un valore “appetibile” o preferiamo che la scuola venga considerata un “ripiego” occupazionale per molti e una perdita di tempo per le famiglie?

Lo “studente dell’anno” è un’immagine suggestiva se la cornice è rappresentata da una scuola moderna (quante in Italia hanno una connessione broadband aperta?), funzionale (tutte le scuole hanno laboratori, palestre, spazi per la creatività?), innovativa (quante scuole promuovono forme di didattica “non tradizionale” con l’ausilio di tecnologie digitali?), efficiente, internazionale, aperta al confronto… Difficile fare tutto questo a costo zero. Il rischio è che lo studente dell’anno sarà il migliore in scuole poco frequentate mentre tante ragazze e tanti ragazzi si muoveranno verso moderne forme di “avviamento al lavoro”.

Qual è l’idea di società del futuro verso cui ci stiamo muovendo?

Eccellenza e merito. Due parole, due concetti, la stessa idea di società. Quella disegnata dai padri costituenti. Ma, non va dimenticato, nel quadro inderogabile delle stesse opportunità per tutte e tutti.

Un paese serio è quello che prende sul serio le sue agenzie formative, che investe sulla ricerca, che sa che nei momenti di crisi solo la cultura può avere la forza per ridare speranza e dignità. La scuola e l’università sono argomenti troppo importanti e seri perché si possano ridurre a decreti legge. Il Parlamento, seppure di nominati, è il luogo deputato del confronto e delle scelte per il futuro del Paese.