Il Rapporto 2012 di Federculture (“Cultura e sviluppo. La scelta per salvare l’Italia”) evidenzia in modo netto alcuni dati.

Il primo riguarda  la spesa delle famiglie  nel settore della cultura che ha raggiunto 70,9 miliardi di euro, con un incremento del 2,6% rispetto al 2010. Un dato straordinario se paragonato al decremento molto pronunciato di tutti gli altri settori.

Il secondo concerne la riduzione del finanziamento pubblico alla cultura: il MIBAC ha visto diminuire il suo bilancio del 36,4% in 10 anni. Di questo dato, però, l’aspetto più eclatante riguarda quello relativo al valore percentuale degli stanziamenti per la cultura in rapporto al bilancio totale dello Stato: 0,19%, che corrisponde a mala pena allo 0,11% del Pil. Nel 1955 era dello 0,8% della spesa totale, quindi quattro volte di più che oggi (in un’Italia che stava avviandosi al boom ma che non era certo ricca).

Il terzo dato riguarda le sponsorizzazioni da imprese private: dal 2008 al 2011 sono diminuite del 38,3%. Non solo lo Stato, quindi, non investe nella cultura; non lo fanno neanche le imprese, a dispetto di troppo facili semplificazionismi fra Stato inetto e privato sempre lungimirante.

I dati ci consegnano conclusioni fin troppo ovvie:

  1. le famiglie italiane investono nella cultura e le riconoscono un valore sociale;
  2. la cultura produce reddito e costituisce un mercato potenzialmente molto interessante (insomma, con la cultura si può anche mangiare, a dispetto delle incaute affermazioni sul tema di un ex-ministro);
  3. accompagnare il consumo di cultura (che a quanto pare “tira” fra le famiglie italiane) potrebbe essere un primo elemento di crescita (per passare dalle parole ai fatti ed evitare che una politica fondata solo sull’austerità non distrugga davvero l’Europa per assenza di spesa);
  4. gli investimenti sulla cultura, l’istruzione, la ricerca costituiscono una scommessa sul futuro: chi vi ha rinunciato ha già decretato la propria sconfitta.

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