Hammamet è una deliziosa canzone satirica che Paolo Rossi compose nell’ormai lontano 1994. Il brano è contenuto in un cd dal titolo “Hammamet e altre storie”. Il nuovo che avanza e il vecchio che telefona sembrano appartenere a un’epoca lontana della politica italiana. E in effetti è così. La discesa in campo di Silvio Berlusconi così come l’epoca di Craxi fanno ormai parte dei programmi di comunicazione politica e quella fase della vita sociale italiana – sebbene raramente delineata in tutte le sue sfumature – è ben nota.

C’è però qualcosa che, con inquietante periodicità, ritorna nella storia politica nazionale. Alludo al “nuovismo”, che è una strategia retorica tipica del populismo (“noi, nuovi, contro loro, vecchi”) ampiamente utilizzata nella propaganda politica dell’ultimo secolo (e non solo). Il nuovismo è una categoria che si appoggia ad altre sottocategorie che, comunque, la rafforzano: la gioventù (o giovinezza, se si preferisce…) contro il vecchiume, il fare contro il parlare, l’efficienza contro l’inefficienza, e così via. Si tratta di una retorica usata non solo nell’ascesa di leader totalitari ma anche in democrazie consolidate come quella britannica: già nel 1931, per esempio, la retorica dell’efficienza del nuovo contro la lentezza del vecchio aveva rappresentato uno degli elementi importanti della campagna del conservatore Stanley Baldwin contro il laburista Ramsay MacDonald. E poco importa se Baldwin avesse già fatto due mandati come Prime Minister (ne farà poi un terzo) e avesse già 64 anni.

La tensione fra vecchio (o che si presume tale) e nuovo (o che si accredita come tale) fa parte della dialettica delle idee da sempre e costituisce uno degli elementi tradizionali della retorica politica.

Accanto al nuovo (e di supporto a esso), Matteo Renzi usa da tempo la categoria del “giovane”. La richiesta ai “vecchi” politici di fare un passo indietro non è del tutto peregrina. Quale sia la proposta del “giovane” però non è sempre chiaro. Ho sempre guardato con attenzione a Renzi ma continuo a non capire cosa pensi di Grillo e del Movimento 5 Stelle, quale sia la sua posizione sul berlusconismo, quali idee abbia sull’università e la ricerca, quale sia il suo orientamento sul sistema elettorale, cosa pensi di quel 30% di giovani dirigenti (loro sì, perché hanno meno di 30 anni) del Partito Democratico. In realtà non mi è chiaro nemmeno cosa pensi del lavoro, sebbene l’affermazione di disinteresse sulle questioni dell’articolo 18 mi indurrebbe a pensare (e spero di sbagliare) che lo giudica come un’incombenza che non compete alla politica.

La questione “nuovo vs vecchio” si colloca, poi, dentro un’altra grande cornice, quella della retorica dell’indeterminatezza: tutti sono uguali, destra e sinistra sono uguali, destra e sinistra non esistono più, e così via. Ora, è vero che le vecchie narrazioni ideologiche di inizio Novecento sono esaurite ed è altrettanto vero che le idee “tradizionali” di destra e sinistra sembrano superate dalla storia. Questo non significa che non esistano modi diversi di intendere i rapporti sociali e la giustizia, la partecipazione e il mercato, la solidarietà e i sistemi di welfare. Centralità del mercato e centralità della persona non sono la stessa cosa; spendere di meno per le armi e di più per l’agricoltura non è la stessa cosa del suo contrario, investire nelle energie alternative o nel nucleare non è la stessa cosa, scommettere sulla ricerca o riproporre vecchi sistemi industriali non è la stessa cosa. E l’elenco potrebbe essere lungo, dal ruolo della scuola all’organizzazione della sanità, dalle questioni sui beni comuni alle norme per una società più giusta ed egualitaria. “Non ci sono più destra e sinistra” costituisce uno slogan perfetto per la nuova ideologia del XXI secolo. Un’ideologia fondamentalista, come quelle che spesso sorgono proprio dalla fine delle vecchie ideologie tardo-ottocentesche.

Confesso un certo imbarazzo. Da una parte una vecchia politica che sembra non voler lasciare il passo a forze fresche; dall’altra un nuovo che replica un già noto; da una parte una retorica antipolitica (che rappresenta una lucida strategia politica) fatta di sberleffi, dall’altra un populismo fatto di sorrisi. E tutti noi (tanti)  che volevamo un cambiamento nelle regole della democrazia, improvvisamente spiazzati. Ma non ancora vinti.

Piccola considerazione finale, a proposito delle parole e della differenza fra diversi progetti di società. Il primate della Comunione Anglicana, l’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, ha attaccato senza mezzi termini la “big society” di David Cameron, “designed to conceal a deeply damaging withdrawal of the state from its responsibilities to the most vulnerable”. L’arcivescovo sa bene che dietro le formule ci sono poi progetti e concezioni della società, scelte che riguardano la vita di milioni di persone: non sono tutti la stessa cosa. Scegliere con coerenza per quale futuro si vuole lottare è la politica.