Ha ragione Beppe Grillo. Ha ragione quando denuncia la fine dello spirito olimpico (ammesso che ci sia mai stato). Ha ragione Beppe Grillo?

Scrive Grillo nel suo blog: “Negli anni della Guerra Fredda, la Germania Est vinceva tutto, aveva atleti formidabili, costruiti in laboratorio, spesso dopati come dei cavalli. Negli anni della Grande Crisi è la Cina a vincere tutto. Il super nazionalismo ha bisogno di un super medagliere. Il mondo moderno ha imparato la lezione dagli antichi Romani. Le Olimpiadi sono una versione smisurata del Colosseo con circences che occupano tutti gli spazi dell’informazione. Un bromuro quotidiano sponsorizzato dalle multinazionali. Lo spirito di Olimpia, sotto il segno della Coca Cola, declassato dalla partecipazione di tennisti, calciatori, giocatori di pallacanestro, professionisti che guadagnano cifre immense, fuori dalla realtà della gente comune, che li applaude come semidei dell’antica Grecia“.

Beppe Grillo attacca il “nazionalismo”, presumo intenda quello becero e triviale che spesso è alla radice di gelosie ultralocalistiche e conflitti globali. Se è così non posso che concordare. Nutro un grande fastidio a leggere i tweet di alcuni politici (soprattutto di centro-destra ma ce ne sono anche di centro-sinistra) che scoprono lo sport (non solo le Olimpiadi) solo per esaltarsi e pubblicizzarsi attraverso la retorica nazionalista. Alcuni – di cui non si immaginavano gli ardori sportivi – promettevano persino feste in occasione delle vittorie agli Europei della nazionale italiana di calcio; salvo poi dimenticare persino di fare i complimenti alla Spagna (il fair play fa parte dello sport, o no?). Quel nazionalismo becero affonda le sue radici nello stesso sentimento di “inviolabilità” della propria cittadella che è alla base di idee come quelle che negano il diritto di voto e cittadinanza a chi risiede in un territorio solo perché nato altrove.

Peccato che Grillo non abbia mai attaccato certi politici e le loro retoriche ma trovi politicamente rilevante attaccare il Presidente della Repubblica “il telecomando in mano che dalla poltrona, si precipita a congratularsi con l’atleta dandone ampia copertura a tutti i mezzi d’informazione“.

Io non ho mai creduto alle retoriche nazionaliste nello sport, proprio perché, per sua natura, lo sport invera le appartenenze a favore del gesto unico e, seppure superabile, comunque irripetibile del soggetto e della squadra. Senza ovviamente nascondersi che esistono grossi interessi economici dietro lo sport (e che sono fin troppo evidenti).

Ma ci sono due aspetti del ragionamento di Grillo, “rivoluzionario snob” come lo ha definito Marco Bracconi nel suo blog, che mi lasciano perplesso.

Il primo riguarda gli sport semi-sconosciuti, praticati da atleti i cui nomi nessuno conosce. Ora, a parte il fatto che i mercati (come la politica) sono fatti di nicchie e alcune sono molto piccole ma socialmente significative, è proprio la possibilità che le Olimpiadi offrono agli “sconosciuti” a rappresentare un valore (sociale) aggiunto. Attaccare chi si emoziona per la vittoria di un atleta sconosciuto di uno sport poco praticato, significa proprio legittimare quelli che ritengono che l’unico “Sport” sia il calcio, ricchissimo, a volte oltre ogni remora etica. (A proposito: se la politica europea e il governo del calcio continentale provassero davvero a far rispettare il fair play finanziario, anziché limitarsi a petizioni di principio e trovate propagandistiche, forse sarebbe meglio anche per il calcio).

Il secondo riguarda la generalizzazione del concetto di nazionalismo. Se, infatti, è vero che spesso lo sport viene usato come strumento di propaganda nazionale e legittimazione politica, è altrettanto vero che l’emozione di tante italiane e tanti italiani per i successi nel fioretto o la partecipazione emotiva alla prova bella ma sfortunata di un’atleta come Tania Cagnotto sono cose molto diverse dal nazionalismo. Rappresentano la voglia di identificarsi negli sforzi quotidiani dei singoli, la condivisione emotiva delle fatiche di ragazze e ragazzi che non vedranno mai i soldi di Ibrahimovic o Messi, un bisogno di rivincita dei “piccoli”. Non è un sentimento nazionalistico, questo, e forse nemmeno nazionale (spesso, anzi, ci serve a dire quanti errori di prospettiva ci sono nelle policies del nostro Paese che dimentica tanti sport a favore di uno solo). Sono sentimenti che affondano le radici in quel “nazional-popolare” di cui parlava Antonio Gramsci. La necessità del nesso che, nel diciassettesimo quaderno dal carcere, Gramsci individuava fra intellettuali e realtà popolare dovrebbe riguardare anche la politica.

Esultare all’ultima stoccata di Andrea Baldini o restare muti davanti a quello 0,20 che condanna Tania Cagnotto a non salire sul podio sono sentimenti che hanno poco a che fare col nazionalismo ma che, al contrario, si radicano in un’identità plurale e ibrida quali sono quelle che abitano il mondo globale contemporaneo. Non è un caso che gli stessi che si sono emozionati con Baldini o con Cagnotto, si sono magari sentiti sconfitti con Pistorius (che non è italiano) o hanno gioito con Bolt (che non è italiano).

La capacità di leggere la realtà popolare, di ibridarsi con essa e magari costruire nuove identità sociali è compito della cultura e della politica. Non è un compito facile, per chiunque, Grillo compreso. Magari si potrebbe cominciare a capire la differenza fra nazionale e nazional-popolare, magari rileggendo Gramsci.