Da qualche settimana si riparla con insistenza della possibile formazione di un partito di cattolici (o cattolico?) all’interno di un “contenitore” moderato (centrista?). Alcuni ipotizzano addirittura un contenitore cattolico al cui interno possano inserirsi altre esperienze moderate. Ipotesi, suggestioni, a volte semplicemente frasi estrapolate da interviste. Sicuramente, però, la questione è all’ordine del giorno: ne ha parlato più volte, anche in interviste, il presidente del Movimento Cristiano Lavoratori, Carlo Costalli, ricevendo persino l’avallo intellettuale del filosofo “cattolico-liberale” Dario Antiseri.

Non sono molto interessato alle discussioni sulla “cosa cattolica”, a dire il vero. Innazitutto perché si tratta, per lo più, di voci e ipotesi che mutano di giorno in giorno. In secondo luogo perché penso che le Chiese non siano partiti e l’appartenenza a esse non potrà mai tradursi in una scelta univoca (sebbene possa e debba tradursi in scelte per valori che pongano al centro la persona umana e la sua libertà). Infine perché riproporre il partito (unico?) dei cattolici costringe proprio questi ultimi a essere privati della laicità della politica (ma anche della libertà della testimonianza evangelica).

La questione della laicità continua a essere un tema importante in Italia e, a dire il vero, per i credenti lo è anche di più.

La laicità, infatti, “non è un contenuto ideologico, una serie di valori contrapposti a quelli religiosi, ma è uno «spazio» in cui tutti i diritti siano assicurati a tutti, «in condizioni di libertà e uguaglianza». In democrazia l’uguaglianza è la parità di diritti dei diversi, credenti di ogni orientamento e non credenti, sullo stesso piano. Laicità sono le forme (giuridiche in primo luogo) che sanciscono e tutelano questo spazio di libertà paritaria per tutti. Questo spazio è definito «indipendentemente da Dio» per la semplice ragione che a Dio, sulla pubblica piazza, si rifanno diverse e talora opposte concezioni. È stato dunque salutarmente necessario che la definizione dello spazio di libertà non fosse legata a questa o quella interpretazione di Dio e della sua legge. Si sono dovute separare la sfere, e lo Stato moderno è stato concepito non come avverso alla religione, ma semplicemente neutrale. È l’idea contenuta nel primo emendamento della Costituzione americana, che esclude la possibilità che lo Stato faccia leggi che riguardino lo stabilimento di una religione o che ne proibiscano il libero esercizio” (Daniele Garrone, Laicità: uno spazio per tutti, “Riforma”, 27 agosto 2010).

Eppure l’importanza delle religioni e delle chiese (o almeno della loro rappresentazione pubblica) nella vita politica appare crescente. Non solo in Italia. Tutti i commentatori, per esempio, analizzano anche alla luce della dimensione religiosa la nomina di Paul Ryan da parte di Mitt Romney come candidato vice-presidente alle elezioni statunitensi del prossimo novembre. La scelta di Romney, in effetti, è interessante: Paul Ryan è fortemente supportato dal Tea Party, propone una ricetta economica di tipo mercatista che mira a destrutturare completamente il welfare, è un ultra-cattolico dichiarato che ha più volte ostentato la sua appartenenza religiosa. Dal punto di vista politico si tratta di una sfida forte al presidente Obama; ma essa è anche una sfida “de facto” alla Chiesa cattolica. Cosa faranno infatti i vescovi USA? Tradizionalmente intervengono molto in questioni etiche ma poco nelle sfide politiche, eppure sono in molti a chiedere che si esprimano. La questione non è di poco conto: è possibile appoggiare il cattolico Paul Ryan, la cui linea politica contrasta in maniera radicale la dottrina sociale della Chiesa cattolica, chiaramente espressa fin dalla Rerum Novarum di Leone XIII (1891)?

Negli USA non c’è un partito confessionale (e nessuno proverebbe mai a farlo) eppure spesso la politica è attraversata da richiami religiosi: non è un caso che tuti i candidati facciano spesso ricorso a metafore religiose o citino versetti della Bibbia, così come non è un caso che il pastore Johnson, nel 2008, arrivò persino a definire “immorale” il voto a Obama. In Italia sono più spesso i politici a usare (strumentalmente?) posizioni e appartenenze religiose per legittimare le proprie posizioni programmatiche.

Le scelte di fede possono costituire una grande opportunità per la politica, se esse rappresentano lo stile di servizio con cui uomini e donne scelgono di impegnarsi nella cosa pubblica. Possono diventare però pericolosissime se intercettano populismi beceri e velleità teocratiche: gli esiti dei fondamentalismi religiosi nel corso della storia sono evidenti, una scia di sangue innocente e di degrado culturale.

Le scelte di fede – è indubbio – diventano parte della nostra cultura e costituiscono anche parte delle nostre scelte politiche. L’importante è praticare la politica e vivere la fede nello spazio della laicità.