Uno dei temi usuali del dibattito sociologico e politologico riguarda l’ideologia. Evito qui il dibattito accademico sul concetto di ideologia e le sue complesse e non sempre scontate conseguenze filosofiche e politiche. Mi accontento di affermare – non senza una certa dose di approssimazione – che considero l’ideologia come concezione del mondo, adottando una prospettiva che parte da Antonio Gramsci, attraversa Stuart Hall, sfiora Tony Giddens e giunge al collega John B. Thompson. Ma perché oggi scrivo di “ideologia”?

Lo stimolo parte dalla lettura dell’interessante editoriale che l’ottimo Stefano Menichini ha oggi scritto per Europa, il giornale che dirige. Gli editoriali di Menichini sono sempre molto lucidi e rappresentano spesso pagine di qualità nel giornalismo politico italiano. L’editoriale di oggi affronta il tema del rapporto fra “liberali” (qui intesi come i seguaci del cosiddetto “manifesto di Oscar Giannino”) e politica italiana (intesa come partiti e, prioritariamente, il Pd). Il pezzo di Menichini (Il grido di dolore dei liberali) non c’entra niente con l’ideologia ma mi ha fatto venire in mente un altro dibattito di vecchia data della politica italiana, quello appunto sulla funzione e sul ruolo del liberalismo e, in un passato che sembra preistoria pur essendo recente, sul vecchio Partito liberale.

In realtà il dibattito sul liberalismo italiano è sempre stato molto confuso e di questo ne sono causa gli stessi liberali. Non è mai stato chiaro (o lo è diversamente a seconda dei soggetti, il risultato è lo stesso) se il liberalismo politico debba inevitabilmente coniugarsi con ricette economiche liberiste e/o neo-liberiste e, ancora, se il “liberismo riformista” (di cui, per esempio, parla Oscar Giannino) accarezza una prospettiva mercatista o tiene in qualche conto i bisogni di welfare.

Il dibattito italiano sul liberalismo mi ha fatto venire in mente il tema dell’ideologia. In realtà non dell’ideologia come definita qualche riga sopra ma delle e sulle “ideologie”, quelle – per capirci – che secondo molti commentatori sarebbero morte. “E’ finita l’era delle ideologie”: una frase che, con diverse coloriture, si ritrova spesso nel dibattito politico, facendo implicitamente riferimento al fallimento storico dei fascismi e del marxismo o, se si preferisce, alla grandi narrazioni sociali che il corporativismo e il collettivismo avevano costruito. Uno dei corollari della presunta “fine delle ideologie” è la sostanziale indifferenziazione fra destra e sinistra. In realtà, anche l’idea che non esista differenza fra destra e sinistra appartiene al novero delle costruzioni ideologiche. Essa tende a supportare soluzioni globali, economicamente liberiste (spesso mercatiste) e politicamente centrate solo sui meccanismi di policy.

Esiste quindi una sorta di “ideologia” liberale che si nutre anche (non solo) della narrazione sociale che vorrebbe morte e finite tutte le ideologie. Significativo che, a fronte del fallimento del socialismo reale, nessuno si chieda mai se il liberalismo non abbia prodotto fallimenti forse meno drammatici ma non meno gravi. A meno che non si pensi che sia un successo che più dell’80% della popolazione mondiale possieda meno del 20% delle risorse del pianeta…

Tornando alla piccola Italia: ma non era “liberale” la “grande riforma” promessa da Berlusconi? Molti dei liberali italiani contemporanei (le cui posizioni guardo con rispetto e stima) ripetono spesso giustificazioni interessanti: quello di Berlusconi non era il vero liberismo… se si fossero davvero fatte le riforme liberali… il riformismo liberale è una cosa diversa dalla pratica politica italiana… Tutto vero. Ma tutto terribilmente simile alle giustificazioni che alla fine degli anni Settanta i marxisti davano del comunismo: quello in Unione Sovietica non è il vero socialismo… se si fosse fatta davvero la rivoluzione… la rivoluzione è una cosa diversa dal burocratismo dell’Europa orientale…

In entrambi i casi si rimanda a un altrove idealtipico, ovviamente diverso dalla sua pratica storica. La logica del “già e non ancora” ha senso quando parliamo del Regno di Dio e nell’ottica di una storia teleologicamente trascendente. Quando parliamo di politica, però, si tratta di un esercizio pericoloso: le proposte politiche sono anche la loro pratica storica, il loro modo di incarnarsi nella vita delle donne e degli uomini che occupano uno spazio e attraversano un tempo.

Da questo punto di vista, i fallimenti tragici dei totalitarismi e del socialismo reale sono evidenti; altrettanto evidente l’inadeguatezza del liberismo (e anche la sua tragicità se analizziamo come le bolle speculative fanno crescere i prezzi agricoli nel sud del mondo condannando milioni di persone alla morte per fame).

L’ideologia liberale-liberista è persistente, nonostante l’assenza di una proposta politica concreta (almeno al momento).

La “svolta”, allora, non può che essere quella capace di portarci fuori dalle secche delle grandi narrazioni ideologiche di fine Ottocento (anche se riverniciate di nuovo, come nel caso dei tanti liberismi). Dal punto di vista concettuale significa, per esempio, partire dalle persone prima che dai modelli.