“Fascisti”. “Zombie”. “Fallito”. “Piduista”. “Ladri”.

L’elenco potrebbe continuare. Poi ci sono i post, in cui “stronzo” e “merda” sono le parole più gentili rivolte a Pierluigi Bersani: una piccola rassegna nell’edizione online de l’Unità di oggi. Toni e linguaggi ormai usuali della politica italiana, dal dito medio alzato alle minacce.

Io ritengo il movimento di Beppe Grillo un’espressione politica importante, frutto di un vuoto della politica dei partiti “tradizionali” e non privo di proposte interessanti: ma forse sarebbe ora che Grillo si guardasse intorno, cercando di leggere i toni, la violenza, le volgarità che spesso circondano le sue esternazioni. Un linguaggio che nasce e si alimenta nel brodo di coltura dell’antipolitica che elegge a sistema il suo essere anti-sistema.

L’Italia ha già vissuto queste esperienze: la violenza del linguaggio che non riconosce dignità all’avversario, la delegittimazione dell’oppositore e la sua trasformazione in “nemico del popolo” (quanto simili nelle immagini retoriche tutti i totalitarismi…). In quel brodo di coltura maturarono gli omicidi di Giacomo Matteotti e di don Giovanni Minzoni. E poi la tragedia del ventennio, una guerra disastrosa, le leggi razziali, macerie culturali che facciamo fatica a rimuovere dopo quasi 70 anni.

Chi si candida a governare il Paese deve acquisire il rispetto per avversari e istituzioni. Stare nelle regole della democrazia. Non è più questione di destra, sinistra, Pd, Sel, Pdl, Udc, Movimento 5 Stelle o Idv o chiunque altro. Il rispetto e la legittimazione dell’avversario è una pre-condizione ineludibile. Persino nelle pseudo-democrazie dirette. A maggior ragione dovrebbe esserlo per chi propone nuove forme di “partecipazione dal basso”. Sempre che abbia a cuore il Paese e la sua gente più del “palazzo” da conquistare.