Esperienza personale. Quindi poco rilevante ma credo sia giusto raccontarla.

Sono stato invitato a tenere una relazione su “webdemocracy e populismo” alla scuola di formazione del Pd. Interventi tutti molto belli, persone competenti e con uno stile di dialogo non comune. Ma la cosa che mi ha colpito di più sono state/i le ragazze e i ragazzi della scuola. Accenti diversi che coprivano tutte le varietà italiane, in una sintesi in cui era evidente che la differenza è una straordinaria ricchezza e che le identità più forti sono quelle che nascono da legami deboli.

Mi hanno colpito quelle ragazze e quei ragazzi di 20, 22, 25, 30 anni al massimo. Ragazze e ragazzi che hanno scelto di metterci la faccia. Alcune/i di loro sono consiglieri comunali, addirittura assessori, persino sindaci (giovani, tanto giovani e senza la retorica del giovane). Spesso impegnate/i contro le mafie, costretti a crescere in fretta, a subire minacce a neanche 30 anni solo perché simboli di un’Italia diversa.

Mi ha colpito la loro passione. La voglia di fare. Ma anche la voglia di vivere e la gioia che si portano dietro. Non ho visto volti grigi e le uniche giacche stropicciate erano quelle di chi era stato troppo a lungo seduto ad ascoltare i professori. Ascoltare, che bel verbo. Ho visto ragazze e ragazzi che ascoltavano, che si ascoltavano. La politica come ascolto e dialogo.

Per niente diversi dalle ragazze e dai ragazzi del volontariato, delle battaglie per un’economia diversa, dell’impegno per una solidarietà forte fra le persone, forse a volte le stesse ragazze e gli stessi ragazzi.

Per niente diverse/i dalle tante studentesse e dai tanti studenti che incontro.

Chissà perché queste ragazze e questi ragazzi non ci sono mai nei giornali e in tv: forse perché sfuggono a quel conformismo mediale a cui ci siamo abituati negli ultimi vent’anni. Troppo ricchi di sorriso anche se non sanno che futuro avranno, troppo combattivi anche quando depressi dal precariato e dall’assenza di speranza, troppo ansiosi di conoscere a dispetto della retorica del successo per denaro. Sognano di fare politica per rendere migliore il paese. Perché credono che è ancora possibile. Non sognano di scrivere per la tv per poi diventare ricchi spin doctor: vogliono imparare a comunicare i progetti che hanno.

Insomma, sono andato per fare una lezione a metà fra comunicazione e scienza politica e ho imparato qualcosa in più della politica dai loro occhi e dalle loro speranze. Ho capito che, al di là delle strutture di partito, ci sono volti giovani e intelligenze già mature che vogliono davvero cambiare il Paese.

Retorica? Forse. Ma almeno basata su persone reali e non su costruzioni a tavolino, di destra di centro o di sinistra.

L’immagine più bella dei tre giorni di Cortona me l’ha regalata un bimbo di soli 100 giorni che, ogni volta che sentiva il vento, apriva quasi automaticamente le piccole braccia, come a volerlo prendere e a volersi far prendere. Un abbraccio che si faceva abbracciare. Un’immagine tenera e bellissima. L’immagine di un futuro diverso. Di un’Italia che mi piace.

Non è più tempo di equilibrismi politici. E non so dove andranno i partiti italiani e se riusciranno a riformarsi. Ma le ragazze e i ragazzi di Cortona sono un esempio significativo. Ho deciso: sto con loro e col bimbo che apre le braccia al vento.