L’Assemblea Nazionale del Partito Democratico ha rappresentato un oggetto di grande interesse scientifico per chi studia la politica e i suoi meccanismi di comunicazione. Presentata dai media come la fase finale di una spaccatura imminente, definita “psicodramma” prima ancora che andasse in scena, l’assemblea  si è invece svolta secondo un modello di democrazia interna che fa sembrare il resto della politica italiana vecchia e stantìa.

Dibattito acceso, fase deliberativa, sintesi finale che accoglie le proposte di tutti e dà mandato al segretario politico di trovare l’accordo con gli altri partner di coalizione.

Lo statuto, a dire il vero, era chiaro: il candidato a eventuali primarie di coalizione è automaticamente il segretario. Questa non è una novità, dal momento che è regola formalizzata. Matteo Renzi aveva lanciato la sua candidatura chiedendo una modifica “ad personam” dello statuto, una cosa impensabile persino nei partiti personali.  Le regole sono importanti e vanno rispettate. La politica però deve tenere conto anche dei media, dell’opinione pubblica, di un comune sentire di apertura al confronto. Pierluigi Bersani poteva scegliere di appellarsi alle regole: e avrebbe avuto ragione. Ma Bersani sa che il leader della modernità non è quello autocratico e pseudo-carismatico ben definito da Weber (e da Conway prima di lui). Il leader di una democrazia matura deve saper intercettare la domanda della gente e farne una proposta originale, autonoma; deve sapersi incarnare nei problemi reali ma nel contempo proporre una prospettiva alta. Sogno e progetto, concretezza e speranza.

Il leader “orizzontale” lo avevamo definito oltre un anno fa, facendo riferimento a uno stile che rifiuta a un tempo paternalismo e accondiscendenza populistica.

Il vero leader non ha interesse a mostrare che ha ragione lui, non enfatizza i problemi: di solito, invece, offre soluzioni. Ecco, mi sembra che quest’ultimo aspetto sia stato un po’ sottovalutato nella narrazione mediatica dell’assemblea del Pd.

Un’assemblea che ha rappresentato un bell’esempio di democrazia; di quella democrazia mai realmente compiuta ma sempre capace di rottamare la demagogia.

Matteo Renzi era in Puglia, col suo camper e coi suoi “campaign managers”. Pierluigi Bersani era a Roma, a trovare soluzioni. Anche per Matteo Renzi. Alla fine, le opposte mozioni che rischiavano di radicalizzare lo scontro sono state ritirate (su richiesta di Bersani); la deroga allo statuto che permette la candidatura di Renzi è stata approvata (su richiesta di Bersani) di fatto senza opposizione. Insomma, l’assemblea del Pd ha consentito la candidatura di Renzi e, nello stesso tempo, ha consacrato la leadership di fatto di Pierluigi Bersani.

Bersani che apre a Renzi, che smorza i toni, che invita a tornare alla politica, che chiede un confronto democratico. Bersani che raccoglie un consenso mai così ampio. C’è una bella differenza fra un capo-popolo e un leader politico. E l’Italia uscita (uscita?) dal berlusconismo dovrebbe avere ben chiara la differenza fra un leader populista e un “principe democratico”.

Forse non è un caso che mentre tutti guardavano allo “scontro” sulle regole per le primarie, Bersani abbia aperto l’assemblea entrando nei contenuti, offrendo una prospettiva che si può condividere o meno ma che è politica, non slogan:

“Parliamo dell’agenda europea. La piattaforma da cui iniziare è l’unione fiscale, dare respiro alle politiche di bilancio, attuare la golden rule, la tobin tax, gli euro project bond per le infrastrutture, le politiche contro i paradisi fiscali, garantire standard retributivi per riattivare la domanda. Preparare, quindi, una nuova democrazia europea orientata verso una fase costituente e nuovi trattati. Il PD chiede che questa sia l’agenda senza nessun avvitamento nella crisi. Non perdiamo contatto con il disagio delle persone, non lasciamole nella solitudine anche quando le risposte e le soluzioni non le abbiamo”

Non so chi vincerà le primarie della coalizione di centro-sinistra (a proposito, ma poi come si voterà alle elezioni generali?). Ma da ieri il Pd ha nel suo segretario un leader più forte e credibile. Un leader che risolve problemi e ha una proposta politica. Un leader che vuole stare accanto alle persone reali. Un leader.