La settimana politica è stata ricca di eventi, difficile rintracciarne uno più significativo. Riassumo quindi quelli che mi hanno colpito di più.

Lazio e Lombardia

La situazione della Lombardia rappresenta sicuramente un caso emblematico della politica italiana. Si voterà ad aprile? Si vedrà. I cittadini lombardi potrebbero votare prima di quelli del Lazio, dove la Presidente della Regione si è da tempo dimessa. Con buona pace della democrazia e delle regole.

Le primarie della coalizione di centrosinistra

Le regole sono un altro dei temi della settimana. Da Twitter e Facebook, i fans di Matteo Renzi (soprattutto quelli che il Pd lo hanno sempre considerato un covo di vecchi comunisti mangiabambini ma che ora, orfani di Berlusconi, hanno scoperto la bellezza dell’esercizio democratico delle primarie) sparano a zero sulle regole delle primarie del centrosinistra. Regole cambiate, scorrettezze e così di seguito. Renzi avvisa che “risponderemo con la nostra lealtà ai loro cambi di regole, il nostro entusiasmo è più forte delle loro regole”. Chissà perché nessuno ricorda che il primo cambiamento regolamentario (che Bersani ha voluto) dello statuto è quello che permette a Renzi di essere candidato.

A dire il vero c’è anche un’altra regola che nessuno ricorda mai: il divieto alla pubblicità a pagamento. Ma non posso credere che qualcuno sia contrario a questa regola: o no?

La legge elettorale

Intanto si continua a discutere di riforma della legge elettorale. In commissione è stata approvata la proposta Pdl. Modello greco: proporzionale con premio di maggioranza del 12,5% al partito vincitore, due preferenze sulla scheda, ritorno a circoscrizioni provinciali, pure al Senato dove non esistevano. Un ritorno agli anni Novanta, con buona pace dei referendum del 1991 e del 1993 con cui l’Italia aveva rifiutato le preferenze e scelto una prospettiva maggioritaria. Ma il Pdl non aveva proposto addirittura una riforma “presidenziale” sul modello del sistema francese?

Di collegi uninominali (cioè della possibilità per i cittadini di scegliere davvero la/il propria/o rappresentante in Parlamento) non si parla più: a dire il vero c’erano nella proposta del Pd. Ma l’ha votata solo il Pd.

La carta d’intenti del centrosinistra

Ancora a proposito di Pd (che oggi festeggia il suo quinto compleanno). La settimana si è chiusa con la carta d’intenti firmata da Bersani (Pd), Vendola (Sel) e Nencini (Psi). Non piace a Casini, che ritiene ineludibile la cosiddetta “agenda Monti”. Il prof. Monti ha sicuramente il merito di aver ridato crediblità all’Italia. Ma pensare che non si possa fare meglio è la negazione della progettualità della politica.

Critiche anche da Renzi e da Fioroni, che twitta: “Questa alleanza non basta né per vincere bene né per governare: servono i moderati e Monti”. Il tweet di Fioroni è interessante: ripropone l’idea che “moderato” significhi conservatore, che la politica non sia capace di avere progetti senza un “tecnico”, che governare significhi solo gestire l’esistente e far quadrare i conti. La carta d’intenti, in realtà, si muove molto in sintonia con i valori del volontariato e della stessa dottrina sociale della Chiesa; essa infatti vuole ricostruire “la qualità della democrazia, la legalità, la cittadinanza, la partecipazione, la realtà è che mai come oggi nessuno si salva da solo e nessuno può stare bene davvero se gli altri continuano a stare male: è questo il principio a base del nostro progetto sia nella sfera morale e civile sia in quella economica e sociale”. Insomma, centralità dei diritti e delle persone.

Domanda un po’ infantile: ma quelli che proprio fanno fatica a riconoscersi in questi valori, perché non fanno un loro partito? Col proporzionale potrebbero riuscire a essere determinanti anche con meno dell’1%.