Le diverse leggi sul finanziamento pubblico dei giornali hanno rappresentato un elemento critico del mercato editoriale italiano. Un mercato per certi versi assistito, in maniera comunque non dissimile da quanto avviene in altri comparti produttivi. Le leggi spesso rispondono a contingenze storiche: il mercato dei quotidiani italiani è asfittico. Non da ora, come hanno lucidamente dimostrato i tanti libri sulle storia dei media e della stampa in Italia e, ancora, come aveva messo in evidenza un vecchio ma ancora attuale lavoro di David Forgacs, L’industrializzazione della cultura italiana (Bologna: Il Mulino). Insomma, le leggi sui finanziamenti all’editoria – al di là delle storture e delle rendite di posizione – hanno garantito la sopravvivenza di una pluralità di voci, di una diversità di accenti; in altre parole hanno permesso quella “libertà d’informazione” che costitusice uno degli elementi ineludibili di una democrazia.

Stupisce quindi che Matteo Renzi auspichi il taglio dei fondi a l’Unità e, quindi, la sua chiusura. Matteo è giovane ma condivido con lui – sebbene a distanza di anni – l’esperienza scout e così mi permetto di ricordargli che mai e poi mai uno scout (tanto più se impegnato nella stampa associativa, come è stato lui) avrebbe auspicato la chiusura di un giornale, seppure avverso. Capisco che non abbia il tempo per studiare perché il sistema dell’informazione italiano sia organizzato com’è oggi e perché gli italiani non costituiscano un popolo di lettori assidui di quotidiani: ma Giorgio Gori, che è un grande esperto di comunicazione, potrebbe sicuramente fornirgli tutte le informazioni del caso.

Stupisce ancora di più che il casus belli sia rappresentato dal termine “fascistoide” che il collega Prof. Michele Prospero ha usato per definire la violenza del termine “rottamazione”. Dal momento che lo stessi Renzi ha definito quell’espressione “bieca, truce e volgare”, il termine “fascistoide” sembra quasi “gentile”, sicuramente una forma di attenuazione. Io, personalmente, sono d’accordo con Renzi: il termine “rottamazione”, applicato alla politica e alle persone, è truce e volgare. Comunque nel dibattito politico non l’ha certo portato Bersani. O ricordo male?

Il quotidiano l’Unità, poi, ha espresso e presentato diversi punti di vista. L’editoriale a firma del suo direttore, Claudio Sardo, rappresenta un esempio di grande giornalismo e fornisce un quadro chiaro e completo della questione (lo si può leggere qui).

Ma ciò che stupisce di più è che Renzi attacchi  con veemenza il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, un pezzo di storia e identità della sinistra prima, del Partito Demoocratico poi. I partiti sono fatti anche della loro storia, delle storie di donne e uomini che hanno speso la vita per ideali e progetti, di simboli, di luoghi dell’immaginario (come, per esempio, un giornale). Ha senso vincere snaturando l’identità di un partito, delegittimando la sua storia, violando il patto sociale che ha legato milioni di italiane e italiani?

Non sarebbe meglio abbassare i toni e tornare alla sostanza delle proposte e dei progetti? Non sarebbe meglio tornare alla politica? Ma forse è proprio la politica il vero problema. Più passa il tempo e più ho la sensazione che il vero avversario di Renzi non sia Bersani (o Vendola o Puppato). Il suo avversario è la politica.