Una breve riflessione. Stavo pensando a cosa accadrebbe se l’ufficio stampa del Pd inviasse una comunicazione di questo tenore ai giornalisti: “Si ricorda alle signore giornaliste e ai signori giornalisti che non esistono bersaniani e renziani bensì democratici-e-democratiche-che-sostengono-la-candidatura-di-Pierluigi-Bersani-alla-guida-della-coalizione-di-centrosinistra e democratici-e-democratiche-che-sostengono-la-candidatura-di-Matteo-Renzi-alla-guida-della-coalizione-di-centrosinistra. Si ricorda inoltre che Pierluigi Bersani non è il leader del Pd bensì il segretario politico. Si invitano inoltre le signorie loro a non usare il dispregiativo piddino ma di adattarsi a un più rispettoso democratici-e-democratiche”. Farebbe ridere, non c’è dubbio.

Farebbe ridere nonostante tutti sappiamo che i giornalisti sono spesso imprecisi e nello sforzo di semplificare usano spesso un linguaggio inadeguato, a volte scorretto, in qualche caso persino ideologico.

Lascia quindi un po’ perplessi il “glossario per i giornalisti”, un vero e proprio prontuario per l’uso corretto dei termini, che la lista civica del Movimento 5 Stelle di Milano ha inviato a tutti i giornalisti. In parte ricorda il codice di autodisciplina della Rai in epoca Guala, quello che vietava l’uso di termini inadatti al nuovo medium (mai dire “cazzotto”, sconveniente, semmai “pugno”; mai dire “faccia”, popolare, semmai “viso”, e così via). A dire il vero ricorda anche veline e codici di altre epoche.

La definizione autentica del linguaggio per decreto (o per “glossario”) è una pratica di democrazia diretta?