Si discute di legge elettorale in questi giorni, come al solito in maniera concitata e frenetica. Il “blitz” parlamentare “Gasparri-Quagliariello” (come la stampa nazionale lo ha definito) ha introdotto un meccanismo che di fatto ci riporta al proporzionale puro (senza peraltro la trasparenza che quel sistema almeno aveva). Le parti politiche sono in fibrillazione e lo scontro sta salendo d’intensità.

In questo contesto il mio collega e amico Roberto D’Alimonte sembra quasi una voce nel deserto. Il Prof. D’Alimonte ha fatto una proposta di mediazione, straordinariamente ragionevole: nel caso (certo) che nessuna coalizione raggiunga il 42,5%, scatta un premio del 10% da assegnare al primo partito della coalizione di maggioranza. In questo modo si garantirebbe la governabilità senza colpire troppo il principio di rappresentanza. Si tratta di una mediazione seria e, non a caso, tutti l’hanno accolta. A parole… Se, infatti, il Partito Democratico l’ha accolta con favore, come un tentativo per uscire dall’asfitticità del dibattito attuale,  il Pdl ha invece rilanciato con l’idea del “premietto” del 6% (Quagliariello) o addirittura  ha messo talmente tanti paletti da rendere inapllicabile la proposta D’Alimonte. Sulla stessa linea Pierferdinando Casini che tuona contro la proposta del collega D’Alimonte perché “favorirebbe il Pd”. Curioso che l’on. Casini abbia dimenticato che fu tra i protagonisti dell’approvazione del “Porcellum”, una legge – come ricorda oggi D’Alimonte in un’intervista a la Repubblica – fatta appositamente perché nessuno vincesse.

In realtà, il sistema che più di tutti garantirebbe il binomio “governabilità e rappresentanza” è quello basato sui collegi uninominali. Personalmente, poi, sono dell’idea che la soluzione migliore per l’Italia (per la sua storia, per la frammentazione della rappresentanza sociale, etc.) non sia il meccanismo di plurality (che di fatto implica il turno unico) bensì quello che consente anche aggregazioni di programma su candidati autorevoli e scelti realmente dai cittadini: in sostanza, collegi uninominali con votazione in due turni.

Certo, in mancanza di meglio e in una situazione d’emergenza, meglio il turno unico (ma con collegi uninominali) che la legge attualmente in discussione. Molti esponenti del Pdl, però, sostengono che per i collegi uninominali è “troppo tardi” e “non c’è tempo”. In realtà, volendo, basterebbe abrogare il Porcellum e fare quasi automaticamente tornare in vigore la legge Mattarella (leggi 276 e 277 del 4 agosto 1993) che – conviene ricordarlo – rispondeva al dettato popolare, espresso attraverso il referendum del 18 aprile 1993, contro (fra l’altro) il sistema delle preferenze (negli anni Ottanta spesso usate come strumento di controllo mafioso dei voti).

Ricordiamo brevemente i punti qualificanti della legge Mattarella che, pur avviando il Paese verso il maggioritario, prevedeva comunque molte (troppe) mediazioni.

La Legge Mattarella, il Mattarellum, era un sistema elettorale maggioritario corretto: la “correzione” proveniva da una quota proporzionale pari al 25% dei seggi di ciascuna assemblea (Camera e Senato).  L’aspetto più interessante della legge risiedeva nella suddivisione del territorio nazionale in collegi uninominali (475 per la Camera, 232 per il Senato). L’attribuzione dei seggi relativi ai collegi uninominali avveniva secondo il sistema in uso (più o meno) in Gran Bretagna: plurality, ovvero viene eletto il candidato che ottiene più voti degli altri nel collegio (maggioranza relativa quindi). I rimanenti seggi erano assegnati con la “correzione” proporzionale. Le due camere, però, presentavano meccanismi differenti (in Italia non si fanno mai cose semplici): per la Camera dei Deputati si votava usando una seconda scheda elettorale. Gli elettori, in questo modo, decretevano, in forma proporzionale, l’attribuzione di 155 seggi: ma questi erano disponibili, comunque, solo per i partiti che avessero superato la soglia di sbarramento, calcolata nel 4% nazionale (nazionale non locale). Il calcolo dei seggi avveniva facendo riferimento al cosiddetto collegio unico nazionale, e si usava il metodo Hare-Niemeyer (quozienti naturali e resti più alti): i seggi, ripartiti sulle percentuali delle singole liste a livello locale, erano poi assegnati sulla base delle liste bloccate senza preferenza, presenti nelle 26 circoscrizioni plurinominali. Vi era poi un meccanismo di compensazione, nato per garantire la rappresentatività delle liste minori: si tratta del cosiddetto scorporo. 

Al Senato, invece, il meccanismo era più semplice: i seggi derivanti dalla quota proporzionale (83) erano assegnati secondo il metodo delle migliori medie (metodo D’Hondt) su base regionale (come peraltro previsto dalla Costituzione). Qui, in maniera diversa rispetto alla Camera, lo scorporo era totale. Il diverso meccanismo poteva creare (come avvenne di fatto) maggioranze con pesi diversi o addirittura diverse maggioranze.

Insomma, una legge con molte potenzialità democratiche ma anche con molte zone oscure. Tuttavia, meglio, molto meglio della proposta lanciata in Commissione da Pdl, Udc e Lega (la stessa maggioranza del Porcellum, sarà un caso?). La realtà è che lo stesso Porcellum è meglio della proposta Pdl-Udc-Lega. E il cosiddetto “lodo D’Alimonte” rappresenta l’unico (e ribadisco, l’unico) strumento di miglioramento. Una proposta di mediazione razionale, scientifica, e coerentemente democratica.

Piccola nota a margine.

Nel dibattito convulso (ma anche appassionato) sulla riforma della legge elettorale mi aspettavo interventi anche dei candidati alle primarie del centrosinistra. In effetti, interventi ci sono stati. Non è pervenuto, però, il pensiero di Matteo Renzi sul tema, che ha preferito (dopo la fondamentale domanda su chi paga gli sms del comitato per Bersani) chiedersi perché i telegiornali danno più spazio al segretario politico del Pd che a lui (dimenticando però di fare la stessa domanda sull’infotainment politico e sui programmi non giornalistici). Ognuno, legittimamente, stabilisce la propria graduatoria di priorità: c’è chi sceglie le sue e chi sceglie quelle del Paese.