Oltre 20 tweets al secondo, il successo dell’hashtag #confrontoskytg24 e ovviamente – con ironia – quello di #oscargiannetto. Ironia, satira, discussioni. Questi in estrema sintesi (i dati precisi andranno studiati con calma nei prossimi giorni) i primi risultati della rappresentazione su Twitter del confronto televisivo per le primarie del centrosinistra. Ma com’è stato il confronto?

Iniziamo col dire che voglio evitare la facile (e un po’ stucchevole) gara su “chi ha vinto” il confronto.

Il confronto ha due grandi vincitori collettivi: innanzitutto la politica, quella che si fa progetto e proposta e rifiuta con decisione la retorica antipolitica e il populismo. Poi ha vinto la coalizione di centrosinistra e soprattutto il Pd, che si mostra partito moderno, aperto, credibile. Nella crisi generale dei partiti italiani, la prima grande sorpresa che arriva dallo studio di Sky è che l’unico vero partito rimasto è molto più europeo, trasparente, popolare di quanto molti vorrebbero far credere. Con buona pace persino dei detrattori interni e delle tante sirene che cantando la fine dei partiti, stanno tirando la volata alle tendenze autoritarie e populiste che in questo Paese non sono mai sopite. Insomma, il Pd – con tutti i limiti possibili – c’è. E di questo va dato atto, con forza, alla sua leadership. Che, non dimentichiamolo, ha voluto le primarie quasi contro tutti e le ha volute aperte. Senza Bersani non ci sarebbe Renzi candidato e non avremmo mai avuto un programma come quello di Sky.

Provo a fare qualche considerazione generale a caldo.

1. L’anteprima

Le ore precedenti il confronto hanno visto un acceso dibattito in rete sull’immagine presente sul sito del Pd (che qui è usata come immagine del post). Confronto davvero sterile e pretestuoso. L’idea è di Tiziana Ragni, giornalista e responsabile web del Pd, persona di grandissima competenza e di non comuni doti umane. Io la trovo geniale: gioca sull’ironia, riesce a dare il senso della squadra, fa ricorso all’immaginario collettivo (che appartiene a tutte/i) e che solo una visione snob può rubricare come banalizzante. Stupisce che l’uso dell’ironia sul sito del Pd (che peraltro ha avuto un picco di contatti) venga stigmatizzato da molte delle persone che 24 ore prima avevano esaltato la presenza di Renzi (e del suo imitatore) a “Quelli che…”. A me sono sembrate due belle prove di auto-ironia.

Nei preparativi anche il retweet di Giorgio Gori sul “minutaggio” delle presenze dei cinque candidati nei tg nazionali. Stupefacente che nessuno si sia accorto che i più presenti sono Bersani (che è segretario del Pd) e Vendola (che è presidente della Regione Puglia), cioè quelli che hanno incarichi istituzionali. Non mi sembra uno scoop. Forse poteva essere più interessante misurare la presenza dei candidati a talk show, infotainment o programmi di intrattenimento: ma questo – chissà come mai – nessuno l’ha fatto.

2. Il format

Sky ha usato, in maniera originale, un format simile a quello dei confronti americani ma, ancora di più, vicino allo stile del confronto fra Gordon Brown, Nick Clegg e David Cameron, messo in onda da ITV per le elezioni generali britanniche del 2010. A causa dei limiti di tempo, però, la formula di Sky è apparsa sicuramente originale e ha rotto con la tradizione italiana della telepolitica da talk show. Il limite più evidente: il tempo a disposizione per le risposte. Troppo pochi 90 secondi per argomentare proposte politiche, col rischio che la brillantezza della performance prendesse il sopravvento sui contenuti.

La politica mediatizzata ha bisogno di tempi rapidi. Ma quando lo sono troppo, il rischio è quello di cadere in quegli effetti soundbite che trasformano la proposta politica in packaged politics, in cui spesso la confezione diventa sovra-ordinata rispetto a proposte di policies e progetti non generici sul futuro. Su questo territorio il più bravo è stato Matteo Renzi, che ha recitato da attore consumato, spesso replicando persino battute e prossemica già messe in scena negli incontri pubblici che ha tenuto in vari teatri d’Italia. Bravo nel soundbite, il sindaco di Firenze è stato abile a non toccare mai temi politicamente rilevanti.

Nel formato del programma si è mosso bene anche Bersani, che pure non è “animale televisivo”, usando però il registro dell’autorevolezza e della credibilità. Più evocativo, invece, Vendola, anche lui all’inizio un po’ a disagio nel format, di cui poi però ha preso le misure. Non si è mosso male neanche Tabacci e forse qualche difficoltà in più, il formato del programma lo ha provocato a Laura Puppato.

Al di la’ dei limiti di formato, comunque, complimenti a Sky per essere riuscita a fare (e bene) servizio pubblico.

 

3. I temi

I temi discussi sono stati inevitabilmente un po’ generici ma con qualche sorpresa. Laura Puppato, per esempio, ha fatto riferimento all’indice di benessere, introducendo un tema nuovo per la politica italiana (non per la ricerca universitaria più avanzata) che meritava maggiore attenzione.

Renzi, sempre brillante nello stile, è caduto solo sull’attacco a Tabacci, con quel “voi che…” capace di evocare (un brivido lungo la schiena) lo stesso stile argomentativo del Berlusconi 1994; negativizzazione dell’avversario (tattica nota agli spin doctor di tutto il mondo e persino teorizzata da Alastair Campbell) con una pletora di argomentazioni populistiche. Il governo con 10 ministri (in tempo di guerra si potrebbe fare anche un gabinetto di sole cinque persone… nell’epoca della specializzazione tecnocratica della governance rispondere alla pancia della piazza in questo modo significa non avere senso delle istituzioni); il cambiamento generazionale; l’esempio di Firenze (che prima di lui ha avuto molti grandi sindaci e forse una storia prima di Renzi la città ce l’ha); l’immancabile battuta su D’Alema (che non c’entrava niente e sta diventando un tormentone come le barzellette di Berlusconi sui “comunisti”) e così via. Poi il continuo “dire-non dire” ma detto con grande spigliatezza: Renzi appoggia le proposte neoliberiste di Giannino o no? Sembrerebbe di sì. Di certo colloca il suo progetto economico sotto la guida autorevole di Pietro Ichino; che comunque è un progetto liberista moderato. Il nuovo sa di cose già viste.

Bravo Vendola sulle questioni di gender; convincente e chiaro.

Ma la vera novità è rappresentata da Bersani che, con la tranquillità di un leader politico che si trasforma in statista, enuncia temi importanti (e in qualche caso è l’unico a citarli): l’ambiente, il diritto allo studio, la centralità della ricerca, il valore dell’innovazione, la necessità di una vera agenda digitale. Bersani è l’unico che cita la ricerca (tema al quale sono, ovviamente, molto sensibile) e il valore del merito: ma il merito sempre connesso all’uguaglianza. Su questo Bersani parla davvero da Presidente del Consiglio: la meritocrazia senza uguaglianza delle opportunità è solo privilegio e il segretario del Pd lo sottolinea con forza. Se qualcuno voleva sentire “qualcosa di sinistra” è stato accontentato. Bersani, in realtà, va oltre: non si limita a rivendicare la sua storia personale ma aggiunge tasselli. Liberalizzazioni ma anche importanza del welfare e poi il valore di una nuova etica pubblica. Temi importanti, che Bersani getta sul tappeto con gentilezza e garbo, senza mai cercare l’applauso a effetto (come avviene invece con Renzi che, evidentemente, aveva una claque più attiva e rumorosa). Il limite mediatico di Bersani è una certa sua riluttanza al mezzo televisivo; non ha la capacità di “guardare in macchina” per sottolineare passaggi importanti (ma era svantaggiato anche dalla posizione in studio). Tuttavia riesce a porre temi importanti. Tutta la performance di Bersani è centrata sull’espressione della forza tranquilla (come nello slogan della campagna di Mitterrand, evocato anche da Pisapia con la sua “forza gentile”).

Anche la citazione finale di Papa Giovanni XXIII (il “papa buono”) non è la banale citazione di un papa bensì il riconoscimento della capacità rivoluzionaria in una personalità rassicurante e tranquilla. La citazione di Papa Giovanni, cioè, diventa un modo per esprimere l’adesione a un modello umano e politico: la rivoluzione gentile è più profonda perché non si appoggia su slogan populistici o su demagogia spicciola ma sulle donne e sugli uomini che producono il cambiamento. Non a caso il segretario del Pd ha chiuso con un appello finale che non cercava l’applauso e non indulgeva al “piacionismo” mediatico ma, al contrario, insisteva sulla fiducia e sul riconoscimento della credibilità, anzi sulla credibilità’ politica come grandezza relazionale.

Su cambiamento e credibilità  Bersani ha avuto partita facile, soprattutto quando ha citato le famiglie dei nuovi italiani. Anche su questo topic (che alla pancia della piazza non piace di sicuro) è significativamente rimasto solitario.

4. Il fair play

Ci si aspettavano colpi a effetto, dichiarazioni sleali, sorprese comunicative. E invece così non è stato. I cinque candidati hanno discusso con passione ma sempre in un’ottica di rispetto. Merito della formula del programma ma anche della loro voglia di parlare di politica (che la formula ha, però, un po’ depotenziato). Il confronto è stato significativamente corretto e questo, nel complesso, consegna all’elettorato un centrosinistra più autorevole.

5. Il Fact Checking

Bella l’idea (innovativa per il nostro Paese) di un gruppo di giovani studiosi pronti a verificare la veridicità delle affermazioni dei protagonisti. Il Truth Team di Obama è ovviamente inarrivabile (per ora) ma dispone anche di altri mezzi e risorse. I ragazzi e i colleghi di Tor Vergata sono stati bravissimi a offrire un’analisi attenta e puntuale delle affermazioni più sensibili dei cinque candidati. Anche su questo versante i candidati si mostrano all’altezza. Le loro affermazioni sensibili sono tutte rispondenti al vero: l’unico che si lascia sfuggire un’affermazione falsa è Matteo Renzi. Nella frenesia della ricerca degli slogan, può succedere.

6. E poi?

Difficile che il dibattito abbia prodotto cambiamenti significativi d’opinione ma può sicuramente avere attivato forme di ripensamento negli indecisi e nei soggetti poco informati. Sicuramente il confronto rappresenta un moltiplicatore d’attenzione intorno ai temi e ai progetti del centrosinistra che, quindi, almeno su questo versante ha già vinto.