Fra le tante analisi condotte sul voto espresso nel primo turno delle primarie, una è stata stranamente dimenticata dalla gran parte della stampa. Si tratta di un’analisi molo circostanziata realizzata dal CISE prima del voto del 25 novembre. La trovate qui. Nell’articolo, a firma di Aldo Paparo e Matteo Cataldi, si nota fra l’altro che “circa un terzo dei potenziali elettori di queste primarie si identificano con il Pd o sono elettori dello stesso partito. Fra questi, il segretario Bersani raccoglie una maggioranza schiacciante: oltre il 60%, mentre lo sfidante interno Renzi si ferma poco sopra il 20%.”. Lo studio mette in risalto che Matteo Renzi trova più consensi fra gli elettori “periferici e tradizionalisti” mentre Pier Luigi Bersani raccoglie più voti fra quelli che si interessano di politica e hanno posizioni più progressiste sui temi dei diritti, del lavoro e sono chiaramente europeisti.

Si tratta di dati molto interessanti.

D’altra parte, la gran parte dei sondaggi e studi realizzati in questi giorni ci consegnano un dato interessante relativo agli elettori che si dichiarano di centrosinistra: fa il 69 e il 76% di essi si schierano con Bersani. Il risultato non deve stupire: d’altra parte il sindaco di Firenze ricorda molto spesso gli errori del centrosinistra (che a volte ci sono davvero, per carità) senza quasi mai citare quelli del centrodestra.

Insomma, il risultato di Renzi non è sovradimensionato solo rispetto agli elettori del 2008 ma anche rispetto a quelli potenziali di oggi. Non so se si tratta di inquinamento del voto: sicuramente però il principio di rappresentanza ne viene fortemente danneggiato. Giova ricordare che nella maggior parte degli stati USA le primarie sono “chiuse” (votano cioè solo quelli iscritti alle liste elettorali di quel determinato partito) e anche nei pochi stati dove sono “aperte” non è possibile votare per più di un partito (sentenza della Corte Suprema USA del 2000, California Democratic Party vs Jones). Le regole (al plurale perché sono diverse da stato a stato) degli USA sono molto rigorose. Gli scienziati politici americani le spiegano proprio segnalando due criteri: a) la salvaguardia del principio di rappresentanza e b) la necessità di evitare l’inquinamento del voto.

Sul tema delle primarie USA, propongo un vecchio ma attualissimo articolo in rete del mio amico e collega Sergio Fabbrini: lo trovate qui.

Gli Stati Uniti sono citati spesso (a sproposito) per indicare ciò che dovremmo fare in Italia. Salvo quando non ci conviene, ovviamente. In alcuni stati ci si deve iscrivere addirittura un anno prima. Le complesse regole USA non le ha fatte l’assemblea del Pd: lo voglio precisare perché non vorrei che qualcuno dei supporter del sindaco di Firenze (a proposito, Firenze) addossasse a Bersani responsabilità non sue. Le prime primarie americane sono infatti del 1896: il segretario del Pd non è giovane come Renzi ma sicuramente nel 1896 non era nato.

A proposito di regole. Dopo il dibattito del 28 novembre, era lecito attendersi un confronto sui temi: le ricette per l’economia, il valore della democrazia, il lavoro, la politica estera. Ma siamo di nuovo a parlare di regole o della strategia “scatenate l’inferno” (espressione non solo sciocca in elezioni primarie ma anche ridicola se la si paragona a Il Gladiatore, film che forse inconsapevolmente cita, rispetto al cui carattere epico, però, fa la figura dell’urlo da ultras di periferia).

Piccolo dubbio, che peraltro avevo già avanzato oltre un mese fa: ma non sarà proprio la Politica (quella che si occupa del bene comune) il vero nemico di Matteo Renzi?