Uno dei meriti principali (ma non l’unico) del dibattito intorno alle primarie del centrosinistra è stato quello di mettere finalmente nell’agenda della politica il tema del ricambio generazionale. Si tratta di un tema che, in realtà, riguarda l’intera società italiana e non solo la politica. Se l’immagine della “rottamazione” era e resta di cattivo gusto (come peraltro affermato dallo stesso Matteo Renzi), la metafora della “ruota che gira” (usata sia da Pier Luigi Bersani sia dallo stesso Renzi) è indubbiamente efficace e nasconde una necessità reale della politica e della società italiane.

D’altra parte non è un caso che Renzi abbia sempre reclamato un cambio generazionale; e non è un caso che Bersani abbia costruito fin dal 2009 (quando è stato eletto segretario nelle elezioni primarie del Pd) una segreteria di persone giovani (per lo più neanche parlamentari), circondandosi di collaboratori poco meno o poco più che trentenni.

Il rinnovamento ha bisogno dell’esperienza e della competenza di chi è più maturo ed esperto ma, al tempo stesso, è necessario che nuove competenze abbiano lo spazio per mostrarsi e mettersi alla prova. Insomma, anche in questo caso è necessario un patto intergenerazionale in cui i “giovani” ricevano spazio dai “vecchi” e in cui l’esperienza diventi alimento dell’energia. L’innovazione, non a caso, non è mai “sostituzione” (non lo è nemmeno nei processi di diffiusione delle tecnologie) ma sempre “integrazione e ibridazione”.

Che la società italiana viva sospesa fra potere delle gerontocrazie e rampantismi giovanilistici (un’altra faccia del “vecchio”) è un dato di fatto che nessuno più contesta.

L’assenza di ricambio è una malattia non solo della politica ma anche dell’Università (in cui a 45 anni si viene definiti “giovani professori”…) delle pubbliche amministrazioni, del sistema dell’informazione. Ora, è noto che io propendo spesso per una difesa del sistema dell’informazione e degli operatori della comunicazione (giornalisti, uffici stampa, etc.). Non posso non notare, però, una sostanziale ambiguità di fondo del sistema  della comunicazione: da una parte, infatti, i media reclamano il ricambio e chiedono volti nuovi, dall’altra parte, però, cercano i “volti noti” (che sono inevitabilmente più “vecchi”) perché li considerano mediaticamente più riconoscibili. Ma in questo modo continuano a legittimare quegli stessi “vecchi” protagonisti della vita pubblica che essi stessi vorrebbero vedere sostituiti da soggetti più “giovani”.

ballaroQuesta situazione, peraltro, non riguarda solo la politica: alcuni programmi tv (anche del servizio pubblico) preferiscono chiamare vecchi (e, per carità, prestigiosissimi) intellettuali e professori, magari fuori ruolo da anni (e quindi con legami meno forti col mondo della ricerca) invece che i tanti valenti e competenti “giovani professori” o ricercatori. I giovani, in quest’ambito, sono solo quelli “emigrati” che diventano così stereotipo. Si ottiene allora un duplice effetto: a) da una parte si legittimano i “vecchi” a essere depositari unici del sapere; b) dall’altra parte si fa passare l’idea che i giovani siano soltanto “fuori” d’Italia. Il risultato è che i giovani studiosi diventano doppiamente vittime di una situazione che li marginalizza.

Lo stesso accade, appunto, nel dibattito politico. Quegli stessi giornalisti che lamentano la presenza dei vecchi (ancorché autorevoli) personaggi politici, sono gli stessi che li cercano, li invitano, li inseguono. La mediatizzazione televisiva post-primarie, ritematizzata dalla rete, è stata emblematica; tutti a lamentarsi delle interviste a Massimo D’Alema (che resta persona autorevolissima comunque) o ad altri leader noti: ma perché nessuno ha pensato a intervistare i meno noti (e più giovani) protagonisti? Eppure erano a pochi metri di distanza… Perché i programmi televisivi preferiscono invitare i “vecchi” volti e non vogliono (lo ribadisco, non vogliono) i nuovi competenti attori politici? Certo, problemi di audience. Anche per il servizio pubblico?

Certo poi è inutile lamentarsi se la legittimazione la ricevono solo alcuni già noti e i giovani non appaiono mai. Così come è inutile evocare i giovani e poi definirli “sbarbatelli”, “ragazzini”, “giovani turchi” e così via. Se davvero vogliamo che la ruota giri, è necessario prendere coscienza che dobbiamo dare forza e legittimità ai giovani talenti che abbiamo (e che sono tanti). Nel mondo accademico, per esempio, dovremmo cominciare a dare valore e legittimità alle studiose e agli studiosi fra i 30 e i 40 anni (che se poi sono studiose, chissà perché, sono sempre troppo giovani, salvo d’improvviso diventare troppo vecchie…). La politica dovrebbe fare il suo. E i media – un po’ di coerenza per favore – dovrebbero legittimare i giovani, ogni tanto almeno.

Magari evitando, quando capita l’intervista al giovane esponente politico, di chiederle/gli cosa fa e pensa il “grande vecchio” di turno.  Sarebbe meglio fare meno retorica sui giovani e dare loro più spazio e legittimazione.