bersani_speranza_giuntella_morettiMentre si susseguono analisi e commenti sui risultati del ballottaggio delle primarie del centrosinistra, la rete mostra fantasia e, qua e là, qualche caduta di stile. Quello stile che ha invece ampiamente avuto Matteo Renzi, in un concession speech insolito per l’Italia, sebbene normale per qualunque altro paese democratico; quello stile che sembra non appartenere ad alcuni fra quelli “convertiti” al centrosinistra dalla capacità argomentativa e dal progetto politico del sindaco di Firenze. Non i militanti del Pd che hanno scelto Matteo con entusiasmo e onestà intellettuale ma i tanti (troppi) che non hanno scelto Renzi per il suo progetto ma solo perché pensavano che potesse rappresentare l’arma inattesa per disinnescare la sinistra italiana. Delegittimati persino dal bel discorso di Renzi, ai delusi non resta altro che usare Twitter e Facebook per ironie sciocche sulle acconciature delle donne negli studi tv (complimenti per il maschilismo neanche troppo celato)  o per urlare al pericolo “D’Alema-lupo-cattivo” (che peraltro ha ribadito che non ha alcuna intenzione di ricandidarsi).

Evito analisi politiche sul dopo primarie. Bisognerà riflettere con maggiore freddezza sugli scenari futuri. E non è il caso di farlo stasera.

Di sicuro c’è la grandissima vittoria di Pier Luigi Bersani, superiore alla media dei sondaggi dell’ultima settimana. Una vittoria che è rafforzata dalla riconquista delle “regioni rosse” perdute al primo turno (Umbria e Marche) e da un risultato che è “nazionale” (il segretario vince in tutte le regioni tranne la Toscana). Sterili, a questo proposito, i tentativi di attenuazione della vittoria da parte di chi parla di “voto d’apparato” (dovrebbe valere anche per la Toscana allora). Il voto è uniforme e l’affermazione di Bersani è netta.

Lo afferma senza mezzi termini proprio Matteo Renzi nel suo bel discorso che ho già ricordato: e anche questa è una grande vittoria per la politica italiana, un momento che apre una stagione nuova, fatta finalmente di confronto politico.

Di sicuro c’è anche il radicamento della leadership di Bersani: chissà perché, ma pochi ricordano che Bersani è l’unico segretario di partito in Italia eletto in elezioni primarie. Nel 2009, infatti, Bersani vinse le primarie (anche lì ci furono tre milioni di elettori), superando Dario Franceschini e Ignazio Marino (che lo hanno poi seguito nel suo progetto di rinnovamento). Se la leadership non è solo quella weberianamente carismatica ma anche quella che si alimenta dalla consacrazione popolare, allora Pier Luigi Bersani è davvero il leader del centrosinistra; è davvero un leader.

Ma leader che ha bisogno della legittimazione del suo popolo, non “uomo solo al comando”. Fa piacere ricordare che l’avevamo scritto (con Emiliana De Blasio e Matthew Hibberd) oltre un anno fa, in un saggio che anticipava un libro più ampio poi pubblicato a giugno di quest’anno: il leader “orizzontale”, come l’avevamo definito, rappresenta un modello di “principe democratico” non autocratico né autoritario, e non è un caso che avevamo individuato proprio in Bersani uno dei casi di studio di un’ampia ricerca durata quasi due anni.

Il lavoro di rinnovamento della politica è appena iniziato. A Bersani spetta un compito arduo: rinnovare tenendo il legame con la tradizione, ridare centralità al lavoro e all’ambiente, riportare al centro dell’agenda la ricerca e la scuola, provare a cambiare l’assetto istituzionale del paese (a partire da una riforma elettorale che si basi su collegi uninominali e doppio turno), rivedere a poco a poco il nostro intero modello di sviluppo, ridare speranza attraverso l’uguaglianza.

Piccola banale conclusione personale. Avevo scritto più di due mesi fa, proprio in questo blog, della mia emozione a vedere i giovani del Pd nella loro scuola di formazione. In quell’occasione avevo usato una metafora che veniva da un’esperienza reale, vissuta proprio lì a Cortona:

L’immagine più bella dei tre giorni di Cortona me l’ha regalata un bimbo di soli 100 giorni che, ogni volta che sentiva il vento, apriva quasi automaticamente le piccole braccia, come a volerlo prendere e a volersi far prendere. Un abbraccio che si faceva abbracciare. Un’immagine tenera e bellissima. L’immagine di un futuro diverso. Di un’Italia che mi piace.

Non è più tempo di equilibrismi politici. E non so dove andranno i partiti italiani e se riusciranno a riformarsi. Ma le ragazze e i ragazzi di Cortona sono un esempio significativo. Ho deciso: sto con loro e col bimbo che apre le braccia al vento.

Quell’immagine vale ancora oggi. Perché ha ragione Matteo Renzi quando dice che non si può fermare il vento con le mani. Ma soprattutto ha ragione quel bimbo che il vento lo abbraccia con tenerezza e dal vento si fa abbracciare. E la sfida è appunto quella di guardare il mondo con gli occhi della bambina che chiedeva a Pier Luigi Bersani una bambola rossa e un lavoro per la mamma; la sfida è abbracciare il vento, con gli occhi del bimbo e con la capacità di futuro di chi sa che la politica non esiste senza progetto.

Perché stasera un piccolo soffio di futuro è venuto a darci fiato.

È una notte in Italia che vedi
questo taglio di luna
freddo come una lama qualunque
e grande come la nostra fortuna
che è poi la fortuna di chi vive adesso
questo tempo sbandato
questa notte che corre
e il futuro che viene
a darci fiato
(Ivano Fossati)