monti“Ho chiesto la collaborazione del dottor Enrico Bondi, non dal punto di vista del profilo politico. Gli ho chiesto collaborazione per una specie di due diligence per valutare eventuali conflitti interesse candidati. E su questo i partecipanti si sono dichiarati d’accordo”. Così il Presidente Mario Monti nella conferenza stampa di presentazione della lista elettorale “Agenda Monti per l’Italia” (ma il nome è provvisorio).

L’espressione due diligence mi ha molto colpito, perché è la prima volta che la sento applicata a un soggetto politico (che non è un partito ma una somma di movimenti, fondazioni e transfughi del Pdl e di altri partiti). In effetti si tratta di un’espressione che si usa nell’analisi dello stato di salute di un’azienda ed è, comunque, usuale nel linguaggio dell’economia e della finanza (nonché dei mercati immobiliari) ma credo mai prima d’ora usata nel linguaggio delle istituzioni politiche.

Così Wikipedia sull’espressione due diligence:

L’espressione inglese due diligence identifica il processo investigativo che viene messo in atto per analizzare valore e condizioni di un’azienda o di un ramo di essa, per la quale vi siano intenzioni di acquisizione o investimento.

Viene anche usata per le investigazioni su dipendenti di un’azienda (o candidati all’assunzione) per valutarne affidabilità, moralità ed eventuali pregiudizievoli.

In finanza la due diligence indica quell’insieme di attività svolte dall’investitore, necessarie per giungere ad una valutazione finale, analizzando lo stato dell’azienda, compresi i rischi di eventuale fallimento dell’operazione e delle sue potenzialità future.

Ora, com’è noto (e senza voler citare de Saussure, Wittgenstein, Rossi Landi, Hall, Butler e tanti altri), la lingua non è neutra e quasi mai si limita a una funzione rappresentazionale. Appare significativa quindi l’idea che sembra essere soggiacente alla concezione politica della “lista Monti”. Un’idea che sicuramente è “innovativa” rispetto al ruolo della politica e dei partiti.

La vecchia definizione di Max Weber (in Economia e Società) sembra essere lontana:

per partiti si debbono intendere le associazioni fondate su un’adesione (formalmente) libera, costituite al fine di attribuire ai propri capi una posizione di potenza all’interno di un gruppo sociale e ai propri militanti attivi possibilità (ideali o materiali) per il perseguimento di fini oggettivi o per il perseguimento di vantaggi personali, o per tutte e due gli scopi.

La sfera della potenza è in Weber contrapposta alla sfera economica (che è tipica delle classi) e alla sfera sociale (che è invece tipica dei ceti, nell’espressione weberiana). A partire dalla lezione di Weber, e grazie ai lavori di tanti studiosi (da Ranney a Easton, da Downs a Sartori a Neumann solo per citare i “classici”) possiamo individuare alcune funzioni proprie dei partiti. Essi, infatti, hanno una funzione regolativa, attraverso il processo di strutturazione del voto; svolgono una funzione  partecipativa attraverso il processo di socializzazione politica; con ciò svolgono anche una funzione “pedagogica”, educando i cittadini-elettori alla democrazia; essi, infine, consentono il controllo dei governati sui governanti.

Fin troppo evidente che tali funzioni, spesso già in crisi nei vecchi partiti burocratici di massa, tendono a scomparire nelle nuove formazioni politiche: dal partito professionale elettorale (di cui parlava Angelo Panebianco già all’inizio degli anni Ottanta) fino al partito patrimoniale di Berlusconi.

Per chi volesse riflettere su ruolo e funzioni dei partiti, mi permetto di consigliare un libro introduttivo ma completo (forse il migliore in commercio), quello di Donatella della Porta, I partiti politici.

L’idea di soggetto politico che sembra emergere dalla conferenza stampa del Presidente Monti è di altro tipo rispetto ai partiti già in campo e, da questo punto di vista, nuovo. Il reclutamento viene fatto invocando le regole della due diligence, cioè cercando di individuare il “valore” e le “condizioni” dei soggetti. A essi viene offerto o negato il brand. Per carità, si tratta di un processo diverso da quello di legittimazione/delegittimazione attuato da Beppe Grillo; ma le assonanze, sebbene lievi, ci sono.

L’Italia, insomma, sembra sperimentare un nuovo tipo di partito; il partito franchising, una bella ed efficace definizione di Francesco Cundari (autore del lucido e divertente Manuale del giovane turco).

Ai partiti sono state rimproverate, nel corso degli ultimi anni, molto cose; le principali, comunque, restano quelle riguardanti la loro incapacità di garantire il controllo dei governati sui governanti (problema acuito in Italia dalla pessima legge elettorale in vigore) e lo scarso legame con i cittadini. Ora, è abbastanza curioso che i tanti rinnovatori della politica abbiano improvvisamente dimenticato il valore della “partecipazione”, la necessità di “ringiovanire” il quadro politico, l’obbligo morale di una maggiore partecipazione dei cittadini nei processi di scelta. Nessun partito italiano – tranne il Pd – consente ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti potenziali. Le primarie che tutti auspicavano non le farà nessuno (a parte ovviamente Pd e Sel); Silvio Berlusconi sceglierà – come sempre – chi candidare in base alle sue scelte personali (magari in accordo con qualche sondaggio); il nuovo soggetto politico dei centristi (lista, raggruppamento, partito…) farà una due diligence (criteri ovviamente non ancora noti) condotta dal dr. Enrico Bondi (con l’eccezione di Pierferdinando Casini che ha già precisato che sarà lui a scegliere i candidati dell’Udc).

Intanto oggi e domani 1.500 (millecinquecento) donne e uomini si affidano al voto popolare per poter essere candidate/i nelle liste del centrosinistra. Una bella differenza. Limiti? Problemi? Certo, non esiste la democrazia perfetta. Ma la differenza c’è e si vede.

Davvero c’è qualcuno che ha ancora il coraggio di dire che sono tutti uguali?