berlusconi_serviziopubblicoDa qualche giorno impazzano nella rete i commenti alla “performance” di Silvio Berlusconi nel programma di Michele Santoro su La7. Non entro nel merito del programma, lo hanno fatto commentatori molto più autorevoli e competenti di me: sicuramente resterà il ricordo di una brutta pagina della cosiddetta “telepolitica” e, in generale, l’espressione di un modo vecchio di fare infotainment (ammesso che persino tale definizione di genere abbia ancora un senso). Nella stessa serata, i telespettatori italiani hanno potuto seguire il vecchio avanspettacolo di Berlusconi su La7 e il dibattito politico (meno divertente ma serio e ancorato ai fatti) con Pier Luigi Bersani su Rai1 (nel salotto di Vespa). Il tweet di Luca De Biase riassume efficacemente la serata: “Su La7 si faceva televisione con la politica, su Rai1 si faceva politica con la televisione”.

Ma la cosa più interessante è l’espressione del giudizio da parte di “esperti” e di semplici utenti dei social media: i commenti, infatti, tendevano a stabilire chi avesse vinto.

In realtà, ormai da qualche anno, capita sempre più spesso che si parli di “vincitori” e “sconfitti” nei dibattiti televisivi, seguendo la tendenza giornalistica proveniente dagli USA. Oltre Oceano, a dire il vero, la patente di vincitore la danno esperti e giornalisti, nel Twitter nostrano ormai lo fanno tutti. Tutti allenatori della nazionale di calcio, tutti esperti di comunicazione.

Così negli ultimi tempi abbiamo saputo chi aveva vinto il “duello delle primarie”, chi è più comunicativo fra Bersani e Berlusconi e Monti, persino chi ha vinto fra Ignazio Marino e Daniela Santanché (che non sono candidati premier ma hanno ovviamente un peso politico). Il problema è che non si capisce cosa significa “vincere” un dibattito televisivo. Di solito il giudizio si risolve con l’analisi dell’efficacia di rappresentazione (non di quella argomentativa, si badi bene, che sarebbe già molto): in altre parole “vince” chi ha la risposta pronta, la battuta arguta, la cravatta migliore, lo sguardo più penetrante davanti alla telecamera. Eh no! Non è questo il modo che giornalisti e studiosi USA (e britannici) usano per definire il vincitore di un dbattito televisivo. Non stupisce, allora, che in Italia i giudizi sono sempre molto contrastanti. Un caso emblematico è rappresentato dal dibattito Rai fra Matteo Renzi e Pier Luigi Bersani: gli esperti si sono divisi nel giudizio (spesso ancorato più alla propria simpatia che all’effettiva adozione di standard analitici), gli utenti di Twitter hanno fatto il tifo. Se è legittimo che i secondi facciano il tifo (un po’ meno che si ritengano esperti senza alcuna competenza), non è accettabile che i primi non provino ad adottare criteri di valutazione “para-oggettivi” (diciamo, almeno frutto di una intersoggettività condivisa, com’era per la prima stagione della content analysis e di molti metodi di analisi che provengono dalle scienze sociali).

Torniamo allora agli USA. Quali sono i criteri di valutazione e giudizio? Sicuramente hanno un peso anche i tratti sovrasegmentali (la gesticolazione, gli sguardi, la prossemica, persino le cravatte e i tailleur) ma la parte importante della valutazione la forniscono variabili stabili: 1) la capacità di rispondere in maniera analitica a richieste specifiche su interventi legislativi; 2) la capacità di dare cifre e dati non immediatamente smentibili; 3) la capacità di giustificare in maniera argomentata (non con le battute) a eventuali buchi di programma o promesse non mantenute; 4) il superamento dell’analisi del fact checking. Si tratta, cioè, di dati con un buon grado di “oggettivismo” (non oggettività ovviamente) e non certo analisi impressionistiche come spesso si fa da noi.

Persino nell’analisi delle espressioni facciali, è difficile che uno studioso d’oltreoceano (o d’oltremanica) scriva alcune cose che ho letto su Twitter e che per buona educazione non riporto. Più spesso si usano strumenti scientifici, come per esempio la FACS (Facial Action Coding System) per categorizzare le reazioni degli attori politici e provare a fare inferenze che non siano appunto solo impressionistiche.

Poi ci sono elementi che attengono alla storia politica dei paesi. Il ricorso alla battuta, per esempio, è visto come elemento di simpatia anche negli USA o in Gran Bretagna. A patto che non serva per sfuggire una domanda: in quel caso il politico è raggiunto dallo stigma dell’incompetenza. Se da noi si ride con simpatia anche davanti a un ex presidente del consiglio che non conosce la differenza fra decreto legge e disegno di legge, c’è qualcosa che non va nella nostra cultura politica. Ma c’è qualcosa che non va pure nel nostro giornalismo. E, se vogliamo dirla tutta, c’è qualcosa che non va nella nostra cultura civica. Forse non è un caso che la destra produca il massimo della sua capacità distruttiva nei tagli selvaggi alla scuola e alla ricerca.

Curioso poi come da noi, in rete, il principio di autorevolezza sia spesso auto-assunto oppure considerato “secondario”, al punto che impressioni personali (del tutto legittime) possano trasformarsi in giudizi di valore (e questo è meno legittimo). Il problema è che spesso proprio da tali giudizi si producano inferenze del tutto a-scientifiche, come quelle relative all’incremento o al decremento di consensi elettorali. Ora, non voglio qui annoiare citando le decine di ricerche che – dagli anni Quaranta ai nostri giorni – evidenziano il ruolo dei media nelle logiche di rinforzo dell’appartenenza più che nel cambiamento d’opinione, ma certo è curioso che le prove empiriche sembrino non avere più alcun significato, nemmeno fra gli “esperti” di cravatte. Con questo non voglio certo dire che la televisione o internet non giochino un ruolo importante nella costruzione del consenso (evito le fin troppo facili autocitazioni sul tema); al tempo stesso però non si può dimenticare che la credibilità “attoriale”  nei media dipende anche dalla credibilità politica acquisita nel tempo e mostrata nei fatti. Un esempio banale: probabilmente Berlusconi, Monti e Bersani potrebbero tutti dire che sono necessarie misure di tutela dei consumatori. Forse Berlusconi potrebbe dirlo in maniera brillante e Monti in modo arguto. Ma solo Bersani ha una storia politica credibile su questo tema e gli elettori-telespettatori questo lo sanno benissimo.

Lo spostamento elettorale che segue i programmi tv è spesso temporaneo e, per lo più, riguarda il consolidamento degli incerti o la ridefinizione identitaria del proprio elettorato magari allontanatosi a causa di perdita di credibilità personale del leader (come nel caso di Berlusconi). Si tratta comunque di un dato importante ma che va valutato insieme ai molti altri dati che costituiscono la dinamica dei flussi elettorali.

Magari evitando la solita facile canzoncina del chi vince e chi perde.

Sono abbastanza stupito, infine, che gli “esperti” non si pronuncino su Monti. Basterebbe il banale fact checking all’americana per mettere in evidenza che molte delle affermazioni di questo tempo elettorale sono contraddittorie con quelle di poche settimane fa (una delle due quindi è falsa). Ma anche in questo caso gli esperti (non tutti, per carità) preferiscono discutere delle capacità di live twitting dell’account di Scelta Civica…

Chiudo ricordando che nel 1996 gli esperti dell’epoca diedero un giudizio di incapacità comunicativa a Prodi, che però le elezioni le vinse. Quello che accadde poi rappresentò un problema politico della coalizione e fu responsabile della caduta di credito da parte dell’elettorato molto di più del fatto che Prodi a volte si mangiasse le parole.

La comunicazione è fondamentale. Ma la comunicazione non è solo la capacità di fare battute brillanti. La comunicazione è anche la capacità di creare una relazione a partire dalla propria credibilità.