pbersaniIl dibattito fra gli studiosi di comunicazione politica si concentra spesso sulla capacità della campagna elettorale di creare emozione. Da questo punto di vista non c’è dubbio che la campagna elettorale in corso è abbastanza noiosa: i giornalisti preferiscono fare domande solo sulle tasse (IMU, patrimoniale, pressione fiscale, il frame è lo stesso): si tratta, indubbiamente di un tema sentito perché tocca le tasche degli italiani. Al tempo stesso, impossibile non rilevare una certa strumentalità da parte di un leader populista come Silvio Berlusconi a volere ossessivamente tornare al tema delle tasse: forse per poter fare promesse mirabolanti che, inevitabilmente, non manterrà. Non è un caso che la pressione fiscale sia aumentata proprio con Berlusconi.

Tasse, patrimoniale e, qualche volta, lavoro, quest’ultimo spesso declinato in termini di normative e di ipotesi generali.

Da questo punto di vista, la campagna è sicuramente noiosa e un po’ grigia.

L’unica che prova a parlare anche d’altro (scuola, diritti, ricerca, futuro, legge elettorale, giustizia sociale) è  quella di Pier Luigi Bersani. Ma sembra che i media non siano interessati a tali temi, se non incidentalmente o in domandine di fine trasmissione. In questo quadro anche Bersani viene ancorato a un grigiore generale.

Per una volta però bisogna dire le cose come stanno. Del grigiore in cui la campagna elettorale si sta immergendo, Bersani non ha responsabilità. La coalizione guidata dal segretario del Pd, infatti, non solo ha un programma chiaro e definito (si può condividere o no ma certo non si può dire che un programma non c’è) ma cerca persino di offrire una speranza di futuro. Una speranza credibile, ovviamente, che in un clima di generale crisi non può assumere i contorni del sogno.

Bersani ha di fronte due strade: da una parte la deriva populistica (che è riuscita in alcuni momenti a prendere persino Monti), dall’altra restare come leader di una forza tranquilla, che promette un futuro da costruire faticosamente insieme. Nel primo caso potrebbe accendere il pathos e diventare più “eccitante” (ma dovrebbe “raccontare favole”); nel secondo è condannato a un inevitabile “grigiore”, accentuato dai media che (involontariamente?) affrontano solo alcuni temi.

Forse noi studiosi di comunicazione politica dovremmo smetterla di giudicare solo con la lente della spettacolarizzazione. Per quanto, infatti, il consenso si crei anche a partire dalla capacità di emozionare, una campagna elettorale dovrebbe anche raccontare la verità o, almeno, provare a illustrare progetti concreti. Di effetti speciali (e promesse non mantenute e danni quasi irreparabili) abbiamo fatto esperienza concreta dal 1994.

Nel grigiore, allora, Bersani è il “meno peggio” perché altrimenti non può essere.

Ma nella proposta politica le cose cambiano e non poco. Impossibile, infatti, vedere una proposta organica per il Paese del futuro nell’agenda di Scelta Civica; assolutamente impensabile trovare un progetto politico (se non le solite parole d’ordine vecchie di vent’anni) nella campagna di Berlusconi. Persino il caos sulle liste e sulla leadership (a proposito ma alla fine chi è davvero il leader?) sono prove evidenti di un’assenza di proposta politica. Pier Luigi Bersani, invece, una proposta politica ce l’ha ed è molto chiara. Il grigiore a cui lo condannano quelli che gli chiedono solo di tasse, la capacità più o meno evocativa della canzone di Gianna Nannini (“Inno”), le affissioni più o meno convincenti sono parte di una strategia più generale che è essenzialmente politica. Per la prima volta, un leader non mette il suo nome nel simbolo (ma chissà perché questa cosa passa inosservata) e torna a parlare alla gente, non più nella modalità trasmissiva del comizio ma in quella dialogica dell’incontro.

Forse non ci divertiremo. Forse Bersani non firmerà contratti con gli italiani e non farà promesse mirabolanti. Campagna elettorale grigia e un po’ noiosa? Ebbene sì.  Ma sono contento che sia così. Sono contento che finalmente un leader, un partito, una coalizione provino a parlare alle italiane e agli italiani il linguaggio della politica, del bene comune, dell’impegno, della verità. Non mi sembra poco.

Ci sarà tempo per “divertirsi” con campagne spettacolari. Questa non lo è. Ma è chiaro, chiarissimo che qualcosa di nuovo c’è e si chiama Pier Luigi Bersani.