Voglio qui affrontare tre questioni, solo apparentemente disgiunte. Vado per ordine.

1. Il frame

BerlusconiAi propositi dei temi frame della campagna elettorale televisiva (di cui abbiamo scritto in un articolo su “la Stampa”), e in particolare sull’importanza dei temi fiscali, ha scritto efficacemente Gianluca Giansante (qui il suo blog) un giovane bravissimo collega. Giansante afferma che il concetto di “pressione fiscale” è berlusconiano e ne spiega benissimo le ragioni:

Da qualche anno Silvio Berlusconi è solito parlare di pressione fiscale quando si riferisce alle tasse. Non è un’espressione neutra ma è portatrice di un punto di vista molto netto sulle tasse, quello della destra. È quindi un’espressione che i politici di sinistra dovrebbero accuratamente evitare.
Per capire perché dobbiamo comprendere l’importanza della metafora, che è fondamentale per chiunque si occupi di politica o di comunicazione.
È un’arma potentissima e, come tutti gli strumenti del genere, è a doppio taglio: non sapendola maneggiare, ci si può far male.
L’espressione “pressione fiscale” è chiaramente una metafora, che unisce un termine concreto, la pressione, il peso, a un elemento astratto, il fisco, la gestione delle entrate pubbliche.
Usa un concetto di cui tutti abbiamo fatto esperienza, l’essere gravati da un peso, per alludere a un concetto più in alto nella scala dell’astrazione, le tasse.
È una metafora che sottolinea alcuni aspetti del pagare le tasse: il fatto che si tratta di un sacrificio, di un gravame.
Ne occulta tuttavia altri, per esempio il fatto che se – mentre sto scrivendo questo testo – mi sentissi male, un’ambulanza verrebbe a prendermi e mi porterebbe al pronto soccorso dove sarei curato.
Tutto questo grazie alle tasse, che sono impiegate anche – per fare un altro esempio – per permettere a tutti i bambini di avere un’istruzione gratuita, quale che sia la loro estrazione sociale o culturale. Tutto questo viene occultato dalla locuzione pressione fiscale.
Non è dunque un’espressione neutra ma è portatrice di un punto di vista molto netto sulle tasse, quello della destra, che vede la tassazione come un fardello e chi le elimina come l’eroe della storia.
Continuando a ripeterla ad ogni apparizione televisiva, Berlusconi e i suoi l’hanno fatta entrare nel lessico di uso comune: oggi la utilizzano giornalisti, osservatori e studiosi, ignari della sua funzione partigiana.
La usano anche gli esponenti del centrosinistra che, così facendo, promuovono un punto di vista a loro avverso sulle tasse e sull’economia. In questo senso conoscere il potere della metafora può fare la differenza.
L’espressione, peraltro, non è un’invenzione originale di Berlusconi, si tratta di un calco ben fatto dall’espressione inglese tax relief, “sgravi fiscali”, coniata e diffusa dai conservatori americani e presto entrata nel lessico politico quotidiano, come ha notato il linguista americano George Lakoff, nel suo “non pensare all’elefante”.

L’articolo di Gianluca Giansante è illuminante e ne consiglio la lettura completa (QUI).

Oltre il tema fiscale, le due destre italiane (quella populista di Berlusconi e quella “europea” di Monti), agitano in questi giorni il caso MPS, su cui, peraltro è intervenuto in maniera precisa e convincente Stefano Fassina (QUI)

Il caso MPS ha molti responsabili ma l’intreccio che – da quanto scrivono i giornali – sembra emergere pone molti dubbi sulla versione che le destre tenderebbero ad accreditare. Il tentativo di strumentalizzazione è evidente, come evidente il tentativo di far dimenticare le pesantissime responsabilità che i precedenti governi hanno nella crisi attuale del Paese.

Lo scopo – esattamente come notava Giansante – è quello di portare il centrosinistra su un terreno infido, in cui dovrebbe difendersi. Ovviamente col risultato che non si parla di progetti, di scuola, di ricerca, di pensioni, di energie rinnovabili, di modelli di sviluppo. Cioè non si parla di politica.

2. La casta

Si parla moltissimo di “casta” politica e i migliori interpreti dell’antipolitica sono riusciti a imporre il tema (e il termine) al dibattito nazionale. In realtà l’attacco ai “politicanti” l’aveva già fatto proprio Berlusconi già nel 2007, nel famoso “discorso del predellino”. In quel discorso, Berlusconi annunciò la nascita del nuovo partito (il Pdl), che sarebbe nato dalla gente “contro i parrucconi della politica”. Curiosa espressione per chi era stato fino a un anno prima Presidente del Consiglio (per poi diventarlo di nuovo l’anno seguente). “Antipolitica di governo”, l’ha chiamata molto lucidamente Donatella Campus.

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Rieletti e neo-eletti Pd (simulazione CMCS)

Se poi provassimo a vedere un po’ di dati troveremmo dei risultati interessanti, a proposito di “casta”. Con la collega Emiliana De Blasio (coordinatrice del CMCS della LUISS) abbiamo provato a fare una simulazione sugli eletti e gli eleggibili. I nostri dati sono sostanzialmente in linea sia con quelli del CISE diretto dal Prof. Roberto D’Alimonte, sia con quelli pubblicati dal Sole24Ore e ho avuto modo di parlarne anche con GR Parlamento. Vediamoli brevemente. Stando ai sondaggi attuali (con tutte le avvertenze che si possono fare sui sondaggi ovviamente), il Pd dovrebbe avere fra 410 e 430 parlamentari (il CISE allarga leggermente la forbice, Il Sole 24Ore la stringe ma sostanzialmente il dato tendenziale è questo). Il Pd ha 180 candidati che provengono da precedenti esperienze parlamentari; di questi – grazie alle primarie – solo il 50% è in lista in posizione di “sicurezza”, gli altri sono a rischio. In pratica, restando sull’estremo basso della nostra forbice (410, dato CMCS), il Pd presumibilmente eleggerà fra il 76 e il 78% di parlamentari alla loro prima esperienza. Un dato di novità notevole. Le donne  saranno fra il 39 e il 40,5%, altro dato importante in un Parlamento in cui le donne hanno tradizionalmente poco spazio (su questo verrà presentata a breve una nostra ricerca, diretta da Emiliana De Blasio e Daniela Gentile).

E il Pdl? Dai sondaggi sembra destinato ad avere fra 160 e 170 parlamentari. I già deputati/senatori sono 208, tutti in posizioni blindate. Come dire che – salvo eccezioni – non ci saranno novità. Le donne in posizione eleggibile sono il 20,8% (dati CISE, in questo caso) che, a seconda dei risultati che avrà il partito di Berlusconi può diventare una percentuale persino più bassa delle già scarsa rappresentanza femminile della legislatura uscente. A proposito di rinnovamento.

Si potrebbe – legittimamente – obiettare che essere ricandidati o “esperti” non è necessariamente un male per il Parlamento. Affermazione che, peraltro, mi troverebbe totalmente d’accordo. Curioso, però, che tale giustificazione non valesse, per esempio, per Massimo D’Alema (che peraltro ha “fatto un passo indietro” autonomamente).

Sembra dimostrato il vecchio detto che spesso di alcuni temi ne parlino proprio quelli che li sentono propri, cercando di gettarli su altri.

3. Le affermazioni di Berlusconi sul fascismo

Inf._03_Giovanni_di_Paolo_(c.1403–1483)Non voglio ritornare su un tema che è stato fin troppo dibattuto. Mi interessa, in realtà, porre l’attenzione su un altro aspetto “a latere”. Alludo al silenzio assordante dei “liberali” di destra e anche di alcuni “cattolici” (spesso solo atei devoti ma c’è chi, purtroppo, li legittima). Il silenzio e, in molti altri casi, i distinguo di diversi intellettuali – su Twitter, su Facebook, nei blog – è a mio avviso imbarazzante. Le analisi (chiedo scusa per l’inevitabile generalizzazione) oscillano fra tre poli: a) il disinteresse o la diminuzione della gravità (della serie, “si sa, il ragazzo è un po’ esuberante ma in fondo è un bravo ragazzo”); b) quelli che accusano gli “antifascisti” di usare strumentalmente la questione (o gli “ebrei” di volere sempre “fare le vittime”, altra faccia della stessa argomentazione, anche se assai più becera); c) quelli che mettono in risalto la capacità di Berlusconi di avere spostato l’agenda dei media (“un grande politico”, “un grande comunicatore”, e così via).

Sulle prime due c’è poco da dire. Argomentazioni risibili: punto. La terza merita qualche attenzione in più. In effetti è vero che con la sua “boutade” Berlusconi ha preso la scena mediatica (per la cronaca, anche quella internazionale in cui l’Italia fa una figura vergognosa). Al tempo stesso sarebbe bene che i tanti pseudo-liberali, conservatori, pseudo-moderati e così via, notassero che se alcune frasi a effetto “funzionano” è anche grazie al fatto che tutti ridono, che alcuni si complimentano per la sagacia comunicativa, che altri fanno distinguo e così via. Insomma, la legittimazione di affermazioni assurde e pericolose nasce anche da quelli che non dicono mai un “no” chiaro, da quelli che operano centinaia di distinguo pseudo-intellettuali, da quelli che tacciono (per disinteresse o convenienza).

Il silenzio in molti casi diventa complicità.

Dobbiamo alle generazioni future e alla memoria di chi ha donato la sua vita per la nostra libertà, il dovere di non tacere e dire con chiarezza che certi silenzi sono complicità. O, nella migliore delle ipotesi, ignavia. Ignavi, che non a caso Dante definiva come coloro che mai non fur vivi.