benedetto_pallio_celestinoIn molti hanno scritto e molti altri – ben più autorevoli di me – scriveranno della rinuncia al ministero di Vescovo di Roma da parte di Benedetto XVI.

Voglio qui solo notare quattro aspetti che, a mio avviso, sono di straordinaria importanza. Il primo risiede nella motivazione della rinuncia (dimissioni è termine inesatto dal punto di vista del diritto canonico): il Papa lascia perché non sente più di “avere le forze” per compiere il suo ministero. Una bellissima ammissione della fragilità della natura umana ma anche la grandezza della responsabilità. Al di là del giudizio teologico e pastorale sul pontificato di Joseph Ratzinger (non ho titolo né competenze per parlare di questo), la rinuncia al soglio petrino è di portata rivoluzionaria: dal ruolo del papato come espressione di una funzione “assoluta” si passa alla legittimazione della dimensione “funzionale” di quel ruolo. Si tratta di un salto epocale che, peraltro, se portata avanti con convinzione nei prossimi anni, avvicinerà la Chiesa cattolica alle chiese riformate. O almeno potrebbe aprire spiragli in un dialogo ecumenico che non può più essere procrastinato.

Una seconda considerazione riguarda la definizione dei tempi. Il Papa ha comunicato al mondo che lascerà l’incarico alle 20.00 (ora di Roma) del 28 febbraio 2013: anche questa è una novità storica. In questo aspetto, l’istituto canonico della renuntiatio si avvicina per certi versi proprio a quell’idea di “dimissioni” che, come abbiamo detto, tali non sono (non esattamente almeno). Al di là della questione giuridica e formale, l’impatto comunicativo è enorme.

Una terza considerazione riguarda l’uso del latino. Lingua universale della chiesa cattolica ma spesso percepita come desueta, lontana, espressione di un passato lontano. Al tempo stesso, lingua che – grazie alla prontezza (e alla conoscenza della cultura classica…) di una giornalista italiana (la vaticanista dell’Ansa, Giovanna Chirri) – diventa di nuovo universale grazie alla rete. La sintesi della tradizione classica e della modernità radicale della rete: impossibile non cogliere la straordinaria novità dell’ibridazione fra tradizione e innovazione, fra integrazione e cambiamento.

La quarta considerazione riguarda un aspetto che è molto meno “storico”. La notizia che giunge dal Vaticano fa passare in secondo piano le vicende della politica italiana e persino la grigia campagna elettorale che stiamo vivendo. Ecco allora la rincorsa dei politici a fare dichiarazioni più o meno sincere tese a recuperare (strizzando l’occhio ai cattolici) la visibilità perduta. Non stupisce nessuno: tutti prevedibili. Qui stupisce solo Pier Luigi Bersani che avvisa di “non mischiare” la grandezza della rinuncia di Benedetto XVI con le vicende della campagna elettorale. Rispetto non ruffiano verso il mondo cattolico. Sembra proprio che Bersani venga dal Nord Europa, come se Bettola fosse in Norvegia o in Svezia. Anni luce avanti agli altri: chissà se il “media system” vorrà capirlo.

Ci sarebbe poi – fuori sacco – una quinta considerazione. Se la quarta (la politica italiana) era molto al di sotto della storia con la “S” maiuscola, questa è davvero al livello del pettegolezzo da bar. Eppure… Penso a Benedetto XVI che rinuncia; e poi penso ai tanti accademici che a 73, 74, 75 anni (ben oltre il tempo della pensione) sono tenacemente attaccati a incarichi di insegnamento che di fatto tolgono spazio a giovani promettenti (per i quali è più facile trovare un contratto negli USA o in Gran Bretagna che in Italia). E allora, la grandezza del gesto di Joseph Ratzinger fa sembrare certe tenaci conservazioni di spazi di visibilità per quello che sono: miserie di uomini e donne che forse furono grandi.

Al di là del giudizio sul suo pontificato (che lascio a chi è più competente di me), Benedetto XVI lascia a tutti (accademia compresa) una grande lezione di stile.