La coalizione “Italia Bene Comune” è prima alla Camera (dove ottiene il premio di maggioranza) e al Senato ma – come ha lucidamente ammesso Pier Luigi Bersani – non ha vinto. Non riesce, infatti, a garantire la governabilità del Paese e quindi non ha centrato il suo obiettivo.

Le analisi sul mancato successo (e quindi sostanziale sconfitta) sono già molte e diversificate. Inutile aggiungerne un’altra. Segnalo però che il problema stavolta non è la comunicazione (sicuramente non in maniera preponderante).

1. Il Partito Democratico e la coalizione Italia Bene Comune

Il Pd, in particolare, è stato infatti molto presente sul web, sebbene spesso usando una prospettiva “interna”, tesa più a rafforzare la propria identità che ad allargare il consenso. Tuttavia fare analisi “del giorno dopo” è facile e anche un po’ ingeneroso, considerando che i ragazzi del Pd (gli “spartani”) sono giovani entusiasti e appassionati, non diversi – sia dal punto di vista generazionale sia per la loro fiducia nel cambiamento – da molti degli attivisti e degli eletti del Movimento 5 Stelle.

Il problema stavolta è stato un posizionamento debole dell’ultimo mese, complice un complesso di inferiorità che la sinistra italiana si porta dietro da anni: attaccata per le sue posizioni di schieramento (dalle ali da “silenziare” di Monti al “pericolo comunista” dei berlusconiani), la sinistra italiana cerca legittimità difendendosi. Vengono così usate affermazioni come quelle che tendono a legittimare il fatto che “la signora Merkel si fida del Pd” oppure ancora che nel centrosinistra ci sono sensibilità diverse, dalle voci vicine alla Cgil a quelle vicine a Confindustria. Questo però non è un problema di comunicazione (intesa come comunicazione di campagna) ma soprattutto di esplicitazione del proprio posizionamento politico. Perché mai il Pd dovrebbe dare prova di legittimità democratica o affidabilità istituzionale? A chi poi? Al prof. Monti che fa una campagna elettorale in cui dichiara il contrario di quanto dichiarava come Presidente del Consiglio? A Berlusconi, cioè all’uomo politico meno stimato d’Europa? Oppure ancora a quelli che accusano Stefano Fassina di essere comunista (ma fatemi il piacere…) dimenticando le proprie radici fasciste? Eh no! Qui c’è una curiosa inversione del principio di legittimità. E sbaglia da sempre la sinistra italiana a cercare una legittimazione che tanto non arriverà mai. E d’altra parte, perché mai il Pd, Sel, il Centro Democratico di Tabacci dovrebbero aspirare a una legittimazione da parte di altri? Perché mai giustificarsi di fronte a una parte politica che ha da sempre cavalcato il populismo e l’antipolitica (molto molto di più del M5S che una proposta comunque ce l’ha) portando l’Italia al disastro?

Ecco, qui c’è l’errore di posizionamento strategico del centrosinistra. Guardare al centro non significa diventare centro dove, detto per inciso, non si vincono più le elezioni (e i dati delle ultime politiche lo dimostrano in maniera inequivoca).

2. Il Movimento Cinque Stelle

Il M5S è il vero vincitore delle elezioni. Tutti avevamo previsto un grande exploit ma certo non nella misura in cui si è realizzato. In molti lo davamo fra il 18 e il 20% ma la crescita delle ultime settimane è stata davvero sorprendente. Le proporzioni peraltro sono tali da costringerci a rivedere la definizione “voto di protesta” che era l’etichetta più frequentemente usata per descrivere l’elettorato di Grillo. Ho avuto modo di affermare in un’intervista all’indomani della vittoria di Federico Pizzarotti a Parma (maggio 2012) che non bisognava confondere le esternazioni di Beppe Grillo con un movimento che era (ed è) radicato sul territorio nei mille rivoli della partecipazione di base. Su Parma (e  non solo) avevo anche scritto un post in questo blog. Il M5S, in altre parole, costituisce una realtà composita e non si può pedissequamente identificare con Grillo.  Una realtà a volte anche troppo composita, come ha fatto notare Massimo Gramellini stamattina. Il problema ora sarà capire come il M5S e Grillo gestiranno il grande patrimonio elettorale (e di rappresentanza) che hanno ricevuto da queste elezioni. Le proporzioni del successo impediscono di fatto al movimento di avere solo una funzione di “coscienza critica” e, non fosse che per il rispetto verso il proprio elettorato, gli eletti dovranno fare scelte. Non necessariamente di “alleanze” ma magari di valutazione di programma.

La Regione Sicilia, da questo punto di vista, costituisce un precedente importante. Gli eletti del M5S non fanno opposizione demagogica ma, al contrario, discutono le proposte e in diverse occasioni hanno contribuito al loro miglioramento e all’approvazione delle misure decise dal presidente Crocetta. Non è un caso che proprio Beppe Grillo lo abbia esaltato come un modello virtuoso.

Non è un caso che Bersani abbia fatto una proposta chiarissima. Alcuni punti programmatici minimali (riforme istituzionali, nuova legge sui partiti, moralizzazione della politica e dell’amministrazione, centralità del lavoro nell’agenda europea, attenzione privilegiata ai più deboli, trasparenza del sistema dell’informazione) da discutere in maniera democratica in Parlamento. Una svolta che significa anche uscire dalla logica della decretazione d’urgenza. Non è un caso nemmeno che lo stesso Grillo abbia usato toni possibilisti e attenti mentre molti dei neo-eletti hanno manifestato una volontà di collaborazione critica nell’interesse del Paese.

Non è un caso nemmeno che il Pdl continui a riproporre il “governissimo”…

3. Berlusconi

Silvio Berlusconi continua a esercitare un grande fascino su una parte dell’elettorato italiano. Le sue proposte chiaramente populiste solleticano appetiti, illudono sulla possibilità di un mondo senza tasse (e senza servizi?), aprono scenari revanscisti, esaltano il provincialismo nazionale. Il suo populismo, unito al controllo fortissimo su una parte consistente dei media e alle sue indubbie capacità istrioniche, gli consentono “miracoli” elettorali che all’estero non riescono a spiegarsi.

Significativo, comunque, che Berlusconi riproponga un governo di larghe intese (di unità nazionale? di salvezza patriottica? post-tecnico?) dove potrebbe giocare un ruolo fortissimo di interdizione e di ostacolo a qualunque cambiamento. Sarebbe un errore gravissimo se il Pd si facesse ingannare dal bluff. Ma, almeno a queste prime ore, sembra proprio che il Pd e l’intero centrosinistra abbiano escluso con decisione qualunque prospettiva di accordo col Pdl. Scelta saggia nell’interesse del Paese.

La nascita di una destra moderna ed europea è auspicabile per questo Paese. Una destra come quella di Monti, per intenderci (destra sì, non c’è niente di male… una destra lucida e dignitosissima, ma per carità smettiamola con questa cosa del Monti di “centro”; il centro è minoritario in Italia, è quello di Tabacci ed è alleato col Pd. Punto.)

4. Scenari?

Impossibile avventurarsi in analisi che andranno verificate e misurate con la realtà. A me sembra che c’è un solo scenario “realistico”. Un “non accordo” di programma fra la coalizione di centrosinistra e il M5S sui temi già in parte delineati da Pier Luigi Bersani e Stefano Fassina e che, di fatto, trovano molti punti di contatto con alcune delle istanze presenti nel “non-programma” del movimento di Grillo. Un programma minimale, appunto, ma denso. Capace di far voltare davvero pagina all’Italia. Per poi andare a nuove elezioni in un clima diverso, con una rinnovata centralità del Parlamento e soprattutto con una legge elettorale che garantisca l’inscidibile binomio rappresentanza/governabilità.