Lo scenario politico nazionale presenta molte criticità: i risultati elettorali e le scelte dei partiti contribuiscono a creare una situazione che molti commentatori hanno definito di “stallo”. In realtà, si tratta di uno stallo dal quale è possibile uscire.

La situazione appare bloccata a causa dell’esito elettorale, derivante soprattutto dalla pessima legge elettorale che ci ha consegnato due camere (in un sistema istituzionale a bicameralismo perfetto) a maggioranza non omogenea. Il risultato, come è noto, ha stupito tutti: a) il Pd, che sperava di ottenere un successo più netto, soprattutto al Senato; b) il Pdl, che ha ottenuto più di quanto sperasse ma non abbastanza per essere realmente determinante (anche a causa di una legge elettorale di cui è responsabile); c) il M5S, che ha ottenuto più di quanto auspicasse Beppe Grillo, che sperava in un governo di centrosinistra per continuare a fare opposizione a oltranza. Il risultato elettorale, invece, obbliga a alleanze (se si vuole dare un governo al Paese) oppure a ridare la parola ai cittadini (ma non si può fare subito perché siamo nel “semestre bianco”).

Il M5S sembra – per ora – dire no a qualunque ipotesi di governo (programmatico, di scopo, a tempo, etc.) peraltro rifiutando molti dei punti che aveva (e ha) nel suo programma elettorale e che Bersani aveva assunto come ipotesi di governo.

Il Pdl sembra dire sì a tutte le ipotesi di mediazione (larghe intese, governissimo, patti di legislatura, “inciuci” vari…) in cambio di alcuni “piccoli” vantaggi (ministri in posti chiave, presidenza della Repubblica, etc.). Ammesso che sia politicamente accettabile un’alleanza Pd-Pdl (e non credo proprio), è fin troppo evidente che la disponibilità del partito di Berlusconi ha un prezzo che non conviene affatto al partito di maggioranza relativa.

Il Pd, dal canto suo, è alle prese con uno psicodramma incomprensibile: con chi allearsi? Essere “responsabili” e fare un accordo col Pdl? Mi sembra che la questione sia posta male. Il Pd ha una sola scelta, che deriva direttamente dal mandato ricevuto dai suoi elettori. Non può allearsi con Berlusconi perché snaturerebbe la sua natura, la sua (fragile) identità e soprattutto perderebbe una massa consistente del suo elettorato (fino quasi al 40-50%). Non può accettare patti “al ribasso” per il Quirinale perché diventerebbe facile bersaglio della propaganda di Grillo e della retorica del “nuovismo”. I nomi – pur degnissimi – che sarebbero (condizionale d’obbligo) graditi al Pdl costituirebbero la negazione simbolica di quel rinnovamento di cui il Pd è stato portatore già con l’esperienza delle primarie.

Al Partito Democratico, allora, resta una sola strada. Proporre per il Quirinale, un nome di altissimo profilo e capace di incontrare nel Paese un ampio consenso (nel Paese, non necessariamente fra le forze politiche come invece vorrebbe Berlusconi). I nomi circolati (Romano Prodi, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky) sono di altissimo profilo e rispondono pienamente alla necessità del Paese di avere punti di riferimento certi e credibilità internazionale. Dopo questo passaggio spetterà al nuovo Capo dello Stato decidere il percorso (governo o scioglimento delle Camere).

La strada obbligata del Pd è chiara a tutti e non è un caso che il Pdl e i settori più oltranzisti del M5S cerchino di lucrarci un vantaggio, facendo propaganda e alzando i toni dello scontro. Stupisce, invece, che anche dentro il Pd ci sia chi ipotizza strade storicamente sconfitte, figlie di un vecchio modo di fare politica.

Il Pd ha una “non-scelta” da compiere. Sarebbe utile – per il Paese – che la facesse in maniera unitaria.

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