Fabrizio BarcaDa diverso tempo ormai – ben prima delle elezioni politiche dello scorso febbraio – ripeto che l’Italia ha necessità di una chiarificazione del quadro politico. Al tempo stesso, il Paese deve uscire dalla pesante eredità culturale del berlusconismo che, fra i molti disastri, ce ne ha lasciati alcuni davvero pericolosi. Il primo è il clima di delegittimazione sistematica dell’avversario, ridotto al rango di nemico da annientare simbolicamente (che ha provocato, inevitabilmente, reazioni di simile e contraria delegittimazione politica); il secondo è quella generalizzata egemonia sottoculturale che ha prodotto dapprima la demonizzazione della sinistra italiana e della sua storia e poi la sovrapposizione semantica fra destra e sinistra (un regalo al populismo). Non stupisce, allora, che il nostro sia l’unico Paese in cui non sembra avere diritto di cittadinanza una sinistra moderna, progressista, di impianto post-laburista, attenta ai valori della persona e sensibile alle realtà di partecipazione che si manifestano nei movimenti e nei mille rivoli di una troppo dispersa società civile. La stessa sinistra ha avuto bisogno – persino dal punto di vista semantico – di ricorrere all’espressione “centro-sinistra”, quasi a voler attenuare il potenziale “dirompente” di una chiara collocazione posizionale.

Curiosamente, la destra italiana ha potuto chiudere i suoi debiti col passato (una dittatura sanguinosa) mentre alla sinistra continuano a essere addebitate colpe non chiare (forse l’essersi opposta con fermezza al terrorismo brigatista? forse la sua attenzione ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori? forse il suo impegno per la pace? forse la centralità conferita ai diritti umani? La sinistra italiana – non dimentichiamolo – è stata anche e soprattutto queste cose).

Le ultime elezioni hanno evidenziato una crisi di rappresentanza. Fra il 20 e il 25% degli elettori del M5S (oltre due milioni di persone) proviene dalla militanza o dalla vicinanza politica a partiti e movimenti di “sinistra”. Rappresentano il sintomo di un problema, non sono il problema.

La mancata vittoria del Pd (e della coalizione Italia Bene Comune) ha creato uno stallo della politica italiana e provocato lo “psicodramma” che avevo evocato in un post precedente e che è stato ottimamente raccontato dai giovani del Pd partecipanti alla Scuola di politica del partito (Officina Politica, un’iniziativa di alto profilo -unica in Italia – che si deve all’impegno in particolare della neo-senatrice Annamaria Parente).

Le proposte e le polemiche di Matteo Renzi, poi, hanno il merito di creare un dibattito ormai non più rinviabile.

Come fare per “vincere”? Altra questione posta male. Lo scopo di un partito è fornire rappresentanza e fare una proposta credibile. Vincere significa creare consenso sulle proprie proposte, convincere che il bene di alcuni è in realtà un vantaggio per tutti (o almeno per molti). Non basta vincere a qualunque costo, magari snaturando una proposta politica e diventando come gli avversari: tanto varrebbe saltare sul carro del vincitore (così la vittoria è assicurata comunque). I partiti – che devono rinnovarsi e migliorarsi ma che sono assolutamente indispensabili per una vera democrazia basata sulla partecipazione – hanno il dovere di fornire progetti, sogni da realizzare, programmi concreti, attivando processi di mediazione sociale e comprensione della realtà. La balla dell’indifferenziazione fra destra e sinistra (cioè fra progetti di società diversi, a volte persino confligenti) è funzionale alle istanze di conservazione.

Ecco allora la necessità di ridefinire un soggetto politico che sia capace di essere plurale e avere al tempo stesso una chiara identità, che sia forza di governo credibile e luogo di elaborazione culturale avanzata. La proposta di Matteo Orfini di un “rimescolamento” del Partito Democratico costituisce l’avvio di un processo di riflessione importante. L’Italia ha bisogno di una sinistra moderna, europea e attenta alle grandi questioni globali, sensibile alle istanze dei movimenti e vicina ai giovani (a cui bisogna ridare speranza), alle donne (che devono conquistare un ruolo che il Paese ancora non riconosce loro), agli operai, agli impiegati, al mondo della cultura e della ricerca. Una sinistra che “faccia la sinistra”, come avviene in tutte le grandi democrazie europee, e che sia capace di recuperare la sua storia per inverarla e costruire un progetto politico capace di usare strumenti nuovi senza ricorrere alla vecchia retorica del nuovismo.

Bisogna partire dalla grande lezione (anche umana) di Pier Luigi Bersani e considerare con attenzione le grandi potenzialità di risorse vivaci e straordinarie come Pippo Civati, come i “giovani turchi” o come le istanze rappresentate da Matteo Renzi che però – in un progetto così ampio – non può che essere uno dei tanti attori di una grande narrazione collettiva. Senza dimenticare, ovviamente, personalità come Nichi Vendola. Faccio nomi ma, ovviamente, non è questione di nomi ma di storie politiche che si intrecciano e che possono fornire un contributo alla più grande storia delle italiane e degli italiani.

La proposta-provocazione di Matteo Orfini costituisce un grande contributo ideale e regala alla sinistra italiana uno scatto culturale che lascia indietro per sempre le questioni sui nomi per la leadership. L’imminente manifesto politico di Fabrizio Barca potrà sicuramente rappresentare un ulteriore importante tassello in questa direzione.

L’Italia ha bisogno di una destra seria e responsabile, europea e non populista. Ma ha bisogno soprattutto di una sinistra capace di interpretare il presente e pronta a costruire il futuro. Un futuro che dovrà essere molto migliore di quello grigio e senza speranza che ci prospettano le ricette neoliberiste.

Le donne e  gli uomini del Pd sanno che il tempo “sognato che bisognava sognare”  è stato troppo spesso lasciato passare. Ora quel tempo è giunto. Stavolta lo afferrino con forza, senza paura.