billy_elliottPoche e veloci riflessioni per un post che non avrei nemmeno voluto scrivere. Ho letto però molti commenti di autorevoli giornalisti e ancor più autorevoli colleghi che magnificano la stagione politica della Baronessa di Kesteven, Margareth Hilda Roberts Thatcher. E così ho pensato che fosse opportuno scrivere, per me stesso innanzitutto.

Ora, confesso di aver seguito persino con commozione la parte finale della vita della signora Thatcher: la perdita di memoria, la fragilità di una donna che era stata temuta e potente, la sua forza interiore nonostante l’avanzare purtroppo inarrestabile degli anni. Fin qui la dimensione umana: e il giudizio sulla sua vita spetta, per quello che mi riguarda, solo a Dio.

Altra cosa, però, è il giudizio politico. Che deve sempre essere guidato (per quanto possibile) da un’analisi puntuale e possibilmente empirica della realtà sociale.

Trovo sconcertanti i giudizi sulla Iron Lady, come della migliore primo ministro del Regno Unito e trovo persino un po’ ridicoli i commenti positivi sulla sua capacità di “curare” la crisi economica britannica fra la seconda metà degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta. Tanto più ridicoli i commenti incensanti e divinizzanti, perché provengono spesso dalle stesse persone (per lo più di destra) che hanno attaccato il “rigore” di Monti con veemenza, giudicandolo dannoso per aziende e famiglie. Le autorevoli firme e gli ancor più autorevoli colleghi dimenticano che la politica economica thatcheriana ottenne sicuramente dei risultati, distruggendo però le aspettattive e le speranze di un’intera generazione di impiegati e operai.

Ken Loach dice che la signora Thatcher “è stata il premier più capace di dividere e più distruttivo dei tempi moderni. Disoccupazione di massa, chiusura delle fabbriche, comunità distrutte: ecco la sua eredità. Era una combattente e il suo nemico è stato la classe operaia britannica”.

Al di là del giudizio di Loach, sarà utile ricordare che la signora Thatcher non è nota nel Regno Unito solo per il presunto risanamento dell’economia ma anche per i suoi toni fortemente anti-europei (1984), per le norme di discriminazione dell’omosessualità (Clause 28), per il ricorso a retoriche decisamente populiste, per la poll tax (che provocò lo sciopero fiscale di quasi 18 milioni di contribuenti), per gli atteggiamenti anti-sindacali, per le forme di privazione dei diritti dei detenuti in Ulster (condannate da diversi organismi internazionali), per la violenta repressione di Orgreave contro i minatori in sciopero, per le “alchimie” elettorali/istituzionali contro il Greater London Council, per il disprezzo anti-scozzese, per le politiche violentemente liberiste che provocarono disperazione e povertà (soprattutto nelle aree operaie da Liverpool a Manchester) e così via.

Il cinema britannico ha messo in risalto a più riprese (e con tanti diversi toni) le peculiarità di quegli anni e le speranze che seguirono con i successi laburisti (quelli in ambito locale prima ancora di quelli di Blair).

Fa bene David Cameron a ricordare la grandezza politica della signora Thatcher di cui vorrebbe seguire l’esempio e della quale ha provato a inserire un segno nella sua “idea” di Big Society. Per i Conservatives ricordare la Iron Lady significa celebrare un mito ri-fondativo. Con buona pace degli operai, dei giovani e delle loro speranze distrutte.

Consiglierei ai tanti commentatori italiani (autorevolissimi) di parlare con quelli che erano giovani in quegli anni a Manchester, a Leeds, a Liverpool, a Birmingham, a Glasgow. Forse sentirebbero un’altra narrazione. Chissà forse di parte. Sicuramente molto diversa.

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