Le agenzie di stampa, i giornali, la rete, la televisione danno la notizia che ci sarebbe un accordo fra Pd, Pdl e Sc per votare Franco Marini alla Presidenza della Repubblica. Prima di ogni altra considerazione, sgombriamo il campo da qualunque equivoco: Franco Marini è una degnissima persona, con una grande storia di sindacalista, di politico, di uomo delle istituzioni. Non è la sua persona a essere in discussione.

Resta il fatto che, con questa candidatura, il Partito Democratico inanella una serie di errori.

Il primo: il Pd risponde positivamente alle pretese di Berlusconi, giocando una partita di rimessa e mostrando una scarsa capacità di innovazione istituzionale. Siamo lontani anni luce dallo sperimentalismo democratico invocato da Fabrizio Barca.

Il secondo: il Pd non ascolta il suo elettorato, la sua base e soprattutto le migliaia di giovani che negli ultimi anni hanno combattutto una battaglia commovente nel tentativo di ridare fiato al Paese. Quei giovani costituiscono una delle realtà più belle della politica italiana; giovani uomini e giovani donne che hanno scelto di sporcarsi le mani, di rifiutare le sirene del populismo e quelle del disimpegno. Se il Pd è il partito che ha più giovani amministratori in Italia una ragione c’è. Non ascoltare la voglia di futuro che viene da quelle ragazze e quei ragazzi è un errore col sapore del tradimento.

Il terzo: il Pd perde l’occasione di fare una grande operazione simbolica. La politica è fatta di concretezza ma anche di sogni e speranze; di progetti realistici ma anche di momenti simbolici. Il Partito Comunista e, in parte, anche la Democrazia Cristiana lo sapevano benissimo e non perdevano occasione per coniugare progettualità concreta ad azioni simboliche. Non i simboli distruttivi dei populismi bensì quelli intorno a cui si addensano speranze e si costruisce la democrazia. La nostra stessa Costituzione è uno straordinario esempio di scommessa sul futuro, pregna di valori simbolici. Una candidatura come quella di Stefano Rodotà (che non è il candidato del M5S ma che viene dalla storia della sinistra italiana, non dimentichiamolo) poteva avere (potrebbe ancora avere…) quel segnale di cambiamento, lo slancio verso il futuro. E al tempo stesso il radicamento su solidissime basi istituzionali. Un discorso simile (per motivi diversi) si potrebbe fare per Romano Prodi o ancora per Gustavo Zagrebelsky. Difficile farlo per la figura (lo ribadisco, di per se degnissima, di Franco Marini). Il fatto che fra i firmatari dell’appello per Stefano Rodotà ci fossero (ci siano) tantissimi simpatizzanti e militanti del Pd qualcosa significa.

Il quarto: il Pd rischia l’implosione. Da una parte Matteo Renzi, il cui legame col partito è evidentemente “debole” da tempo, dall’altra i fautori dell’accordo a tutti i costi con il Pdl di Silvio Berlusconi. E in mezzo una stupefacente incapacità di assumere un’identità: plurale, aperta, innovativa, sperimentale ma pur sempre identità.

Il quinto: il Pd conferisce nuova forza al M5S, agli attacchi di Grillo ai politici “tutti uguali” e persino alle “Quirinarie” sulla cui trasparenza si era molto discusso (quanti i votanti effettivi fra i 48mila aventi diritto, quanti voti per ciascun candidato, che senso politico ha una votazione di quel tipo? è così via).

Il sesto: il Pd rischia di vedere vanificati quattro anni di cose ottime. Dalle primarie alla trasparenza, dalla buona amministrazione alle nuove forme di democrazia attivate anche nel suo interno. I giovani del Pd – grazie alla Scuola di politica e all’impegno di Annamaria Parente – hanno sperimentato l’innovazione della democrazia deliberativa e partecipativa già da 5 anni. Primo partito in assoluto in Italia, secondi solo dopo l’esperienza della Rete Lilliput e di alcuni movimenti alternativi di fine anni Novanta. Che fine faranno ora tutte quelle forme di “sperimentalismo democratico” già avviate?

L’estenuante trattativa con la destra italiana ha partorito il più classico dei topolini. Lo ripeto per l’ultima volta: Franco Marini è persona degnissima, con una storia personale e politica di altissimo profilo. Ma non rappresenta – almeno al momento – quel segnale di cambiamento che il Paese aspettava dal Pd.

Resta una piccola speranza. Che l’accordo sia in realtà un movimento tattico, capace di preludere a qualcosa di nuovo. Non ho elementi per dare luce e ali a tale speranza. Ma sperare è necessario.

C’è poi la necessità per l’Italia di avere una destra moderna ed europea e una sinistra capace di essere a sinistra, come accade in tutte le più consolidate democrazie europee (dalla Francia alla Norvegia, dal Regno Unito alla Svezia). Quest’ultima è più di una speranza, è un bisogno reale. Un obiettivo da perseguire, che lo voglia o no una parte del Pd.