Le dimissioni annunciate di Pier Luigi Bersani e il contesto in cui sono maturate chiudono di fatto l’esperienza del Partito Democratico, almeno quale è stato fino a ieri. Non voglio avventurarmi in analisi che meriterebbero più ampio spazio, maggiore freddezza e ben più analitica riflessione. Mi limito quindi a segnalare che se il progetto iniziale del Pd presentava indubbiamente limiti e rischi, esso era stato già anestetizzato e snaturato dall’innaturale rincorsa al centro testardamente voluta da Veltroni. Da quel momento in poi, il Pd non è mai riuscito a sviluppare una propria identità politica. Le identità politiche si sviluppano, di solito, lungo due assi: a) la linea espressa da un leader carismatico (o proprietario, come accade in Italia con i “partiti patrimoniali”); b) un chiaro progetto politico, espressione e sintesi consapevole del dibattito interno.

Il Pd non è un partito patrimoniale e, per le storie da cui proviene, non poteva certo affidarsi a leader carismatici improvvisati; al tempo stesso, però, non è riuscito a individuare un progetto politico chiaro. Il problema non risiede nell’incontro fra cristianesimo sociale e tradizione comunista; tale incontro era vivo e operativo da decenni, molto prima della nascita del Pd: il vero problema è costituito da diversi e conflittuali progetti politici che hanno attraversato il Partito Democratico lacerandolo e impendendogli di maturare un’identità.

Il tentativo di Bersani – pur generoso – di dare un’anima al partito è fallito per assenza di coraggio. La paura di perdere pezzi del partito ne ha accelerato la probabile dissoluzione. Un’analisi molto bella, puntuale e articolata è quella che propone Andrea Fumarola, a cui rimando.

La crisi del Pd (che è crisi politica dell’intero Paese, sarà bene non dimenticarlo) facilita lo svelamento di alcune evidenze: a) il fallimento sostanziale del gruppo dirigente del Pd (anche se non sempre appaiono chiari i confini dell’espressione “gruppo dirigente”); b) l’inadeguatezza della leadership di Pier Luigi Bersani (essere una brava persona è importante ma non basta); c) l’esatta collocazione di Matteo Renzi (non un leader ma un capo-corrente, vivace, simpatico, comunicativo ma comunque capo-corrente nella più fulgida tradizione del doroteismo democristiano); d) l’assenza di un’identità politica chiara, di cui la comunicazione è solo estrema manifestazione (ma non certo causa).

C’è però anche un’altra grande e straordinaria evidenza. L’esistenza di una grandissima quantità di giovani che hanno seguito un ideale, un progetto di rinnovamento della società, un sogno da costruire impegnandosi in prima persona. Le proteste interne sono il sintomo di un grande movimento “dal basso”, che non ha eguali nella storia politica italiana. Bisogna tornare indietro alla metà degli anni Settanta, con le proteste dei giovani cattolici di base contro Fanfani per vedere un fermento simile: e pure, in quel caso, si trattava di un’élite colta e socialmente significativa ma non certo di un grande movimento dal basso. Le migliaia di ragazze e ragazzi che avevano creduto di poter cambiare l’Italia e dare speranza al proprio futuro sono un patrimonio importantissimo per la politica e la società italiane.

Ecco allora la necessità di rivedere e riformulare il progetto del Pd.

Il documento di Fabrizio Barca costituisce un buon punto di partenza e va inteso come stimolo di discussione non certo come punto di arrivo. Ancora troppo forti, per esempio, gli ancoraggi a un sistema economico globale che è fallimentare e non più emendabile. Quel documento tuttavia mette in risalto la necssità di ripensare la forma partito.

Occorre un partito radicato sul territorio e con una struttura organizzativa efficiente. Al tempo stesso, però, occorre un partito che organizzi se stesso nella cornice della democrazia deliberativa e partecipativa (che non c’entra niente con la pseudo-democrazia diretta del voto online) sulla scorta delle esperienze dei movimenti per la giustizia globale. I giovani del Pd, peraltro, queste cose le conoscono benissimo e le hanno persino praticate nella loro Scuola di politica.

Occorre un partito che riscopra la sua vocazione sociale, dialogando con le punte più avanzate dell’economia alternativa e partecipata.

Occorre un partito che sappia cogliere il nuovo non per seguirlo pedissequamente ma per anticiparlo e orientarlo verso la giustizia sociale.

Occorre un partito che faccia della democrazia egualitaria e dei diritti delle persone i suoi punti di riferimento.

Occorre un partito che sia “a” sinistra e “di” sinistra, perché le ideologie e i diversi progetti di società non sono morte e chi lo dice mente per ignoranza o perché ha interessi personali (la politica fatta di melassa e pensiero unico è comoda e tranquillizzante per chi il potere ce l’ha e vuole conservarlo).

Occorre un partito che dia voce alla protesta e la trasformi in proposta politica e progetto di società.

Occorre un partito giovane e nuovo (non giovanilistico e nuovista), popolare e non populista, plurale ma non confuso, aperto a istanze diverse ma con una chiara identità politica.

Occorre un partito che investa sui giovani e che creda nelle donne non solo a parole.

Occorre un partito che pensi alla comunicazione come diritto di cittadinanza e non come accessorio.

Occorre un partito che sia al fianco di chi lavora, dei nuovi poveri, degli anziani e di chi resta indietro.

Occorre un partito che consideri la cultura e la formazione come beni inalienabili del patrimonio nazionale, da valorizzare ed esaltare, anche per far crescere la competenza e la forza morale delle istituzioni.

Occorre un partito che sappia porsi come luogo di incontro e dialogo di una nuova sinistra, moderna, internazionale, capace di rispondere ai fallimenti del capitalismo finanziario con una proposta alternativa e gioiosa.

Occorre un partito che faccia reclutamento dei suoi dirigenti sulla base della competenza e delle qualità umane.

Occorre un partito che voglia credere che la politica non è solo gestione dell’esistente ma anche progetto e speranza.