blogbnIeri sera pensavo ai tanti che stanno in partiti di sinistra (o dicono di starci) ma in fondo la sinistra la odiano. Quelli che dicono di essere “progressisti” ma poi si sentono male se vedono il rosso dei sindacati e dei lavoratori; quelli che che vogliono una maggiore attenzione alla gente ma poi ti guardano con sospetto se parli di “giustizia globale”; quelli che vogliono energie pulite ma poi pensano che solo gli estremisti parlano di sostenibilità e sviluppo alternativo; quelli che “compagno” è una parola del passato, “amico” implica troppa complicità e quindi preferiscono parlare da soli; quelli che hanno scelto di militare in un partito di sinistra ma poi predicano ricette neoliberiste e vedono Krugman come un comunista; quelli che sono profondamente democratici ma poi guai a dire che la democrazia è partecipazione reale; e così via.

Volevo scrivere una piccola riflessione su queste cose. Poi stamattina ho visto che Pippo Civati ha condotto una riflessione simile, anzi più bella. E così faccio una cosa insolita: riporto qui l’intera riflessione che Civati ha pubblicato sul suo blog. Che se la leggono tre persone in più magari è utile.

Michele Serra lo scrive oggi su Repubblica.

Nella sinistra parecchie persone odiano la sinistra.
Nel senso che la combattono e la temono.
Nel senso che ogni vero cambiamento degli assetti di potere,
degli equilibri sociali, della distribuzione del reddito,
metterebbe a rischio il loro potere, le loro aspirazioni,
i loro interessi.
Purtroppo questo pezzo della sinistra è un pezzo del Pd.

Avremmo potuto partire da Prodi e Rodotà e invece siamo partiti da Marini o Amato o qualcun altro che parlasse a Berlusconi.

E non ci siamo fermati quando abbiamo capito che su Marini non avremmo retto. No, abbiamo deciso di andare in aula così.

Non abbiamo considerato la candidatura di Rodotà perché quelli-di-sinistra-che-odiano-la-sinistra non la volevano. Non perché ci fossero altri motivi, né altre questioni.

Del resto, nel 1992 ci fu il duello tra Napolitano e Rodotà sulla presidenza della Camera, che assomiglia moltissimo alla partita attuale.

Quelli-di-sinistra-che-odiano-la-sinistra allora come oggi non se lo potevano permettere, evidentemente.

E non si potevano permettere Romano Prodi, nonostante fosse il più titolato tra i candidati e quello che avrebbe potuto evitare che il centrosinistra si dividesse.

Ora potremmo avere un presidente come lui e un premier come Fabrizio Barca e invece avremo Monti all’economia e magari Alfano a fare il vicepremier.

Perdendo Sel, per altro, il Pd sarà azionista di minoranza del nuovo governissimo (il Pdl avrà più peso elettorale, anche se sembra non averlo notato nessuno) e così il rovesciamento sarà completo.

A chi mi chiede come vorrei che fosse il Pd, rispondo così.

Che vorrei che quelli-di-sinistra-che-odiano-la-sinistra si levassero di torno, una volta per tutte. Che non è una rottamazione, ma una rivoluzione.

Che non lo vorrei spacchettato in due o tre pezzi, ma che lo terrei unito, su basi diverse, persone diverse, parole diverse.

Che chiederei a tutti quelli che se ne stanno andando di rientrare di corsa, perché possono diventare protagonisti della nuova stagione almeno quanto ora lo sono quelli-di-sinistra-che-odiano-la-sinistra.

Che non accadrà mai più che chi ha perso le elezioni rimanga a dettare legge dopo le elezioni, dicendo di voler salvare il Paese ma in realtà salvando solo se stesso.

Perché il 24 e 25 febbraio, le elezioni le hanno perse i partiti maggiori per colpa delle loro incertezze, le ha perse l’«operazione Monti» e tutti quelli che vi avevano partecipato, le hanno perse quelli-di-sinistra-che-odiano-la-sinistra, perché il M5S è nato per colpa loro.

E adesso quelli-di-sinistra-che-odiano-la-sinistra sono i più sollevati (qualcuno non riesce a celare un vero e proprio entusiasmo). Molti altri, invece, sono fuori dalla grazia di dio. O, semplicemente, fuori dal Pd.

(dal blog di Giuseppe Civati, 21 aprile 2013)