Dopo le vicende legate alle votazioni per il Presidente della Repubblica, ho deciso di prendere qualche giorno di riflessione. Una serie di incontri di ricerca in Scozia, programmati da tempo, mi hanno offerto l’opportunità di mettere una distanza (più psicologica che reale) con la politica italiana. La “pausa di riflessione”, comunque, mi consente di provare a fare il punto di quanto è accaduto negli ultimi  18 mesi. Lo faccio, ovviamente, innanzitutto per me, come in un piccolo esercizio di razionalizzazione. Il titolo stesso del post è, evidentemente, un po’ ironico.

Allora. Il 12 novembre 2011, Silvio Berlusconi si dimette. Al Quirinale lo accoglie una folla che gli urla “buffone” e lo fischia ripetutamente

Il Pd, guidato da Pier Luigi Bersani, sceglie la strada della “responsabilità” e accetta di far nascere un governo con ministri “tecnici”, guidato da Mario Monti. In quel momento il fenomeno M5S è solo nascente e ha dato prova delle sue potenzialità solo in elezioni locali. I sondaggi danno il Partito Democratico in testa, con un vantaggio nettissimo sul Pdl. Se si andasse alle elezioni, il Pd le vincerebbe senza alcun dubbio. Ma la scelta è un’altra: si deve evitare all’Italia un default economico che è dietro l’angolo, i mercati e la cosiddetta “opinione pubblica” spingono per un governo di responsabilità nazionale. Il Pd accetta la sfida, sacrificando il proprio tornaconto davanti agli interessi nazionali. Si tratta di una scelta generosissima ma che rischia di essere fatale.

Il governo Monti, infatti, mette ordine nei bilanci ma, al tempo stesso, inanella una serie di misure socialmente disastrose (la vicenda esodati, la gestione delle crisi delle fabbriche, i tagli alla ricerca e alla spesa sociale, e così via). Alla leva del rigore non si affianca mai quella (promessa) della crescita, tanto meno quella di una crescita diversa e alternativa. Il Pd gioca un ruolo importante nell’attenuazione delle misure più impopolari, cercando di svolgere con onestà il suo ruolo di “partito di maggioranza” e di partito vicino alla grande massa del popolo italiano. In qualche caso l’opposizione interna alla compagine del governo da parte del Pd è troppo debole; altre volte risulta efficace. Dal punto di vista comunicativo, però, il partito guidato da Bersani viene accomunato al Governo, percepito come parte di quella politica che non capisce il paese reale (la “casta”); facile per Grillo farlo diventare ancora di più l’obiettivo della sua propaganda.

Il 2012 è l’anno delle primarie per il leader della coalizione Italia Bene Comune. Lo scontro è aspro ma ha il merito di riportare all’impegno o almeno all’interesse per la politica migliaia di persone, per lo più giovani. Oltre tre milioni di persone si mettono in fila per votare: è un grande esercizio di democrazia popolare. Lo scontro, però, non è indolore e lascia una lacerazione interna notevole. Matteo Renzi costituisce un elemento di novità: piace più ai non-elettori del Pd di quanto piaccia alla base del partito ma questo può essere un merito. La nettissima vittoria di Bersani, consacra il figlio del benzinaio di Bettola come leader popolare. La vittoria di Bersani non è solo contro Renzi ma soprattutto contro le vecchie strutture di apparato. Il Pd ha un picco nei sondaggi, arriva quasi a sfiorare il 40%. La strada sembra finalmente in discesa per la sinistra italiana.

Nel corso degli ultimi cinque anni, poi, il lavoro oscuro ma straordinario della formazione Pd ha contribuito ad avvicinare centinaia di giovani ma soprattutto a prepararli, ad aiutarli a discutere, persino a far loro sperimentare forme di di democrazia deliberativa e partecipativa (al cui confronto la cosiddetta “democrazia diretta” del blog di Beppe Grillo appare vecchiume da scantinato di biblioteca). L’entusiasmo che le giovani democratiche e i giovani democratici portano nella politica italiana è straordinario e commovente.

Da quel momento, però, il Pd inspiegabilmente si ripiega su se stesso.

Berlusconi a dicembre del 2012 ritira l’appoggio al governo Monti, costringendolo alle dimissioni con un paio di mesi di anticipo sul previsto. Il tempo non è importante, la strategia sì. Berlusconi si smarca da Monti, lascia solo il Pd nell’appoggio a un governo poco amato nella percezione popolare, successivamente proporrà la restituzione dell’IMU e, in generale, inizierà la consueta demagogia antipolitica che lo ha contraddistinto dal 1994 in poi. Da responsabile del disastro e fischiato in piazza (novembre 2011) diventa prima “leader responsabile” sostenendo Monti e poi oppositore in difesa delle imprese e delle famiglie italiane.

Nel frattempo il fenomeno M5S è esploso: è il sintomo di un problema, non certo il problema. Sul “partito di Grillo” ho scritto molto e meglio di me l’hanno fatto colleghi, giornalisti, saggisti. Non è questa la sede per riprendere il tema. Resta il fatto, però, che anche il Pd, preoccupato dalla crescita di Grillo non comprende che quel sintomo nasconde altro. La campagna elettorale “difensiva” non può invertire una tendenza. Il risultato elettorale vedrà un Pd che è oltre 10 punti sotto le intenzioni di voto del 2012. Sono dati non comparabili, certo, ma disegnano comunque una tendenza.

Bersani cercherà comunque di fare un governo e fa la cosa più logica. Molti dei punti programmatici del M5S sono vicini a quelli del Pd: ed è a quel partito (partito, basta con la favola del movimento) che si rivolge per realizzare almeno un governo di scopo. Il M5S non ci sta, sebbene gran parte della sua base vorrebbe un dialogo col Pd, lo preferisce comunque al ritorno di Berlusconi (che appare dietro l’angolo). Ma i vertici del M5S decidono altrimenti: tutto viene deciso in rete ma se fare o meno un accordo col Pd no. C’è però lo streaming: anche Bersani è costretto a incontrare i cittadini del M5S sotto lo sguardo delle telecamere. Dalla trasparenza si passa direttamente al controllo. La democrazia pseudo-diretta non c’entra niente con la democrazia partecipativa e lo streaming lo evidenzia drammaticamente. Nessun processo deliberativo (ci mancherebbe) ma solo uno strumento che (come il web) diventa fine.

L’elezione del Presidente della Repubblica evidenzia tutta la difficoltà di un Pd in crisi d’identità. La candidatura di Marini nasce in modo ambiguo e politicamente sbagliato (l’avevo già scritto precedentemente); quella di Prodi è affrettata e non preparata; il diniego a Rodotà è a prima vista inspiegabile, considerando che prima delle “Quirinarie” del M5S (a cui hanno partecipato circa 24.000 persone, forse) il nome dell’ex senatore del Pci era stato proposto da diversi appelli, firmati da migliaia di persone, per lo più vicine o simpatizzanti del Pd.

Il Pd vive un grande psicodramma. Bersani si dimette, con la stessa generosità (magari ingenua ma onesta) con cui aveva guidato il partito. I giovani – quelli che nel progetto di mettere insieme la cultura cristiano-sociale e quella social-comunista ci avevano creduto – sono disperati e si sentono traditi. Il Pd ha di fatto cambiato linea. Lo mostrerà con evidenza qualche giorno dopo, con la decisione (a questo punto inevitabile) di dare vita a un governo del presidente (o governissimo?).

Ci sono 101 grandi elettori del Pd che votano contro Romano Prodi. Si tratta di una situazione incredibile, soprattutto perché segue un voto unanime della riunione dei gruppi del partito. Non si tratta di un dissenso (che sarebbe legittimo) esplicitamente manifestato. Si tratta di un voto “a tradimento”, un’operazione da vigliacchi. Per questi 101, nessuno (tranne diversi milioni di elettori ed elettrici del Pd…) chiederà l’espulsione dal partito. Da sempre i vigliacchi vivono nel silenzio degli ignavi.

L’espulsione, però, qualcuno la chiede per Giuseppe Civati che è “reo” di avere esplicitamente e in maniera trasparente espresso la sua contrarietà al governo col Pdl di Berlusconi. Qui si rasenta il ridicolo. Soprattutto qui si evidenzia la rottura fra una parte del gruppo dirigente del Pd e il suo stesso elettorato.

Qui però c’è la prima grande novità. Il Partito Democratico esiste ed è forte: sono le donne e gli uomini che lo hanno votato, che vi militano, che simpatizzano con la sua causa. Il partito è di quelle ragazze e di quei ragazzi che hanno dato tutto per quel sogno e che ora (superato il disgusto e la rabbia) vogliono riprenderserlo, chi dialogando chi occupando le sezioni (pardon, i circoli: poi qualcuno mi spiegherà perché “sezioni” era così vecchio… come se i laburisti britannici decidessero di cambiare nome alle constituencies e chiamarle “club”…).

La dirigenza ha cambiato linea, questo è evidente; persino il Grande Rottamatore aderisce. Fuori dunque Civati e pochi altri, con molti milioni di elettori? No. E cerco di spiegare perché.

Nel momento in cui il Pd ha chiesto a Giorgio Napolitano di accettare il secondo mandato ha di fatto accettato l’idea che fosse percorribile solo la strada del governo del presidente. Si tratta di un dato di fatto. Ci piaccia o no (a me, sia detto chiaramente, non piace ma se “uno vale uno” io valgo anche meno di uno). La responsabilità di questa scelta ricade sui 101 senza nome (e senza dignità) ma anche sull’arroccamento difensivo di Grillo e di un movimento-partito che fa fatica a dialogare perché parte dalla presunzione della propria purezza assoluta. I 101, il M5S (o una sua parte maggioritaria) e gli errori di strategia del Pd consegnano di fatto un pezzo importante del futuro governo a Silvio Berlusconi. Ma a questo punto, richiesta (e ottenuta) la rielezione di Napolitano non c’è altra strada.

I “dissidenti” devono giocare un nuovo ruolo. Far sentire la propria voce con forza e spingere perché il governo guidato da Enrico Letta (se, come sembra, vedrà la luce) si impegni sul serio su alcune misure: dalla legge elettorale (fatta nell’interesse della democrazia e non di alcune parti), su politiche sociali più forti, sulla rinegoziazione dei patti europei, e così via. Dovranno essere la coscienza critica, forza di cambiamento, come ha giustamente più volte detto Fabrizio Barca.

Il Pd è un grande partito che non ha proprietari; i giovani che lo animano sono democratiche e democratici di formazione, vivono una realtà politica che non è inficiata dalle storie del passato. I “dissidenti” devono avere chiara la propria funzione: sono il raccordo fiduciario con quel popolo. Devono capire che loro sono “dissidenti” rispetto a una parte del gruppo dirigente ma assolutamente coerenti con la grandissima maggioranza del “popolo” del Pd. Non c’è bisogno di scissioni (non ora). Verrà poi il tempo di una nuova grande forza unitaria della sinistra. Ora, però bisogna che si riprendano il partito per poterlo consegnare (al congresso prossimo) alle donne e agli uomini che lo reclamano. E a cui, legittimamente, appartiene.