costituzione

Dalla Costituzione della Repubblica italiana

Articolo 18

I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale

Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare.

Articolo 39

L’organizzazione sindacale è libera.

Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.

E’ condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica.

I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.

Articolo 49

Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

Norme transitorie. Capo XII

E’ vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.

***

Sono alcuni articoli della Costituzione della Repubblica italiana, il patto fondativo del nostro Paese.

I sindacati sono “liberi” (a dispetto dei troppi che vorrebbero chiuderli, cancellarli o vietarli) e non può loro essere imposto alcun obbligo, a parte la registrazione. In realtà la registrazione è subordinata all’esistenza di un ordinamento “interno a base democratica”. In altre parole, i sindacati non possono essere organizzazioni personali o prive di dialettica democratica.

Si chiede la stessa cosa ai partiti (partiti, al plurale) nell’art. 49 e successivamente nell’art. 98. Il capo XII delle norme transitorie – spesso sottovalutato – è strettamente connesso all’esistenza dei partiti (e della democrazia) in Italia, dal momento che vieta la ricostituzione “sotto qualsiasi forma” del partito fascista: in altre parole, la Costituzione impedisce che risorga l’ideologia fascista qualunque sia il nome che il partito assume (può chiamarsi anche Mario o Zoe, se rappresenta continuità con quell’ideologia, quel partito è illegale).

Consiglio la lettura di un saggio (online) di Emanuele Rossi (ben più autorevole di me) pubblicato nel n.1 del 2011 della rivista dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti (QUI).

Ma perché è necessario che sindacati e partiti siano dotati di uno statuto e di democrazia interna? Semplice: i padri costituenti volevano garantire quella “trasparenza” (termine oggi spesso abusato) che è alla base di un corretto funzionamento della democrazia.

La stessa trasparenza che Milena Gabanelli – nella trasmissione Report di ieri, 19 maggio 2013 – chiedeva ai partiti (e movimenti) rappresentanti delle cittadine e dei cittadini in Parlamento. Richiesta legittima, peraltro. Formulata a tutti i partiti ma che ha provocato il risentimento di alcuni esponenti (ed elettori) del M5S. La stessa trasparenza invocata da chi (giustamente) chiede conto dei finanziamenti pubblici alla politica. La stessa trasparenza ostentata (ma comunque presumo sincera) dallo stucchevole dibattito su scontrini e diarie. La stessa trasparenza richieste alle pubbliche amministrazioni (ma troppo raramente chiesta anche alle imprese private che pure, talvolta, usano fondi pubblici). La stessa trasparenza che chiediamo nei concorsi, nella definizione dei criteri di scelta e persino nell’adozione di qualunque policy pubblica. La stessa trasparenza che rappresenta uno degli elementi fondanti della democrazia digitale e che la stessa Unione Europea ritiene ineludibile.

La trasparenza dei partiti garantisce la democrazia interna. Ma permette anche il controllo di movimenti e processi potenzialmente opachi: rende, per esempio, impossibile la reiterazione di casi come quelli di Lusi (Margherita) e Belsito (Lega Nord). Insomma, una garanzia non solo per iscritti e militanti ma anche – e soprattutto – per i cittadini.

In questa direzione di trasparenza, il buon senso dovrebbe salutare con favore e soddisfazione la legge presentata a firma Anna Finocchiaro e Luigi Zanda che vorrebbe garantire la presenza elettorale solo a quei soggetti con personalità giuridica e con statuto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Se posso sapere chi è e come si organizza chi chiede il mio voto, forse posso fidarmi di più. Se acquisto una casa, per esempio, il notaio garantisce che non ci siano vincoli ostativi e verifica che i contraenti abbiano i “requisiti” per procedere all’acquisto. Insomma, la proposta Finocchiaro-Zanda non fa che dare attuazione all’art. 49 della Costituzione e a quelli che, in altre forme, definiscono e regolamentano il ruolo e la funzione dei partiti.

Come mai, allora, Beppe Grillo dichiara che “se passa la legge non ci presenteremo”? In realtà, la legge costituirebbe una garanzia per i cittadini: lo statuto depositato e pubblicato in Gazzetta Ufficiale (quindi disponibile a tutti, persino a quelli che non hanno Internet…), regole chiare di indizione di assemblee e congressi, evidenza di responsabilità e incarichi, controllo dei cittadini sui flussi finanziari. Il M5S – che della trasparenza ha meritoriamente fatto una bandiera politica – dovrebbe esultare per una proposta da votare immediatamente. E invece no.

Grillo minaccia una svolta “aventiniana”, il deputato Roberto Fico replica con l’ineleggibilità di Berlusconi (che però con l’art. 49 non c’entra niente), fioccano commenti piccati alla proposta Finocchiaro-Zanda. Per chi ha a cuore la trasparenza, non dovrebbe essere un problema pubblicare in Gazzetta Ufficiale il proprio statuto e rendere pubblico il proprio “assetto” interno. Soprattutto se si candida alla guida del Paese. Per le elettrici e gli elettori una garanzia di trasparenza.

Ecco, la trasparenza appunto. Persino nella vecchia URSS, la “trasparenza” (гла́сность) fu invocata da Gorbacev come necessità di cambiamento e divenne slogan e programma politico. A maggior ragione in una democrazia matura (o che pensa di essere tale) essa dovrebbe essere realmente praticata. O no?

Chi ha paura della trasparenza?

Quando ero bambino si giocava a pallone sull’asfalto dei quartieri di periferia. Ogni tanto qualche bambino più prepotente inventava regole nuove che poi cambiava a suo piacimento, e quando gli si chiedevano spiegazioni farfugliava incomprensibili codicilli e finiva con la minaccia di portarsi via il pallone. Noi volevamo regole chiare, così che fosse possibile almeno provare a vincere. Ma il bambino prepotente regolarmente minacciava di lasciarci senza pallone. Un giorno facemmo una colletta e decidemmo di comprare un pallone (scadente) e di andare all’oratorio, dove si giocava con le regole “ufficiali”. Il bambino prepotente che non amava la trasparenza delle regole rimase da solo col suo pallone. Non so che fine abbia fatto: almeno però non voleva guidare un Paese.