manifestoIl commento dei risultati elettorali è una di quelle attività a cui non si riesce mai a sfuggire. E così non fuggo neanch’io (d’altra parte di commenti evitabili ne ho sentiti molti, per cui il mio si limiterà ad aggiungere qualche banalità in più). Poche, semplici considerazioni, in attesa di avere dati più analitici su cui lavorare.

1. Voto amministrativo

Sembra banale eppure ribadirlo è necessario. Stiamo discutendo di elezioni amministrative che, anche nelle realtà (come Roma) dove più forte è il significato politico che esse assumono, restano comunque elezioni locali. Hanno sicuramente un valore politico generale e costituiscono un indicatore importante; tuttavia è necessario evitare sia la sottovalutazione del voto locale (come spesso fanno alcuni esponenti del Pdl) sia il sovradimensionamento dei risultati che, comunque, sono anche legati a situazioni specifiche e non sempre sono pedissequamente proiettabili sul dato nazionale.

2. L’astensionismo

L’incremento dell’astensione è un dato fisiologico nelle democrazie consolidate o in avanzato livello di consolidamento. Questo non significa che non si tratta di un dato preoccupante e che evidenzia disaffezione delle cittadine e dei cittadini alla partecipazione elettorale. Andrebbe però contestualizzato e forse letto anche in correlazione con il voto di protesta e con la serie storica della crescita dell’astensione. In altre parole, il richiamo all’importanza del voto e al suo valore sociale è sacrosanto; le vesti stracciate dei molti che hanno contribuito alla disaffezione (con la malapolitica ma anche con la demonizzazione della politica e della “casta”) sono assolutamente fuori luogo. E anche un po’ ridicole.

Resta tuttavia necessaria una grande azione civile che riconsegni dignità al voto dei cittadini e valore alle loro scelte, Diventa, in altre parole, fondamentale ridefinire il legame fra politica e cittadine/i. Riportare al voto la gente è giusto; bisogna però fare anche in modo che la gente possa sentire utile e importante il suo voto.

 

3. Il M5S

L’arretramento evidente (in qualche caso un flop disastroso) del M5S si connette direttamente al tema dell’utilità del voto. Al di là della dimensione locale (che pure a Parma era stato il valore aggiunto della vittoria di Pizzarotti), non c’è dubbio che l’elettorato abbia preferito non votare o fare altre scelte invece che consegnare nuovamente un potenziale di fiducia al partito di Grillo.

Diversi anni fa, Giovanni Sartori spiegava che uno dei criteri di analisi dei partiti è costituito dal loro potenziale di ricatto e dal potenziale di coalizione che possono generare, all’interno di uno spazio politico che può essere più o meno polarizzato. Il M5S, grazie al suo grande successo elettorale alle elezioni politiche di febbraio ha sviluppato un forte potenziale di ricatto (non è un’espressione negativa, significa che il partito può influenzare in modo significativo l’attività politica obbligando gli altri partiti a fare scelte specifiche); nel contempo, però, ha presto disperso il suo potenziale di coalizione che, peraltro, ha reso meno forte anche il suo potenziale di ricatto (o, se si preferisce, di “suasion”). Dicendo no a Bersani e umiliando il Pd, Beppe Grillo è riuscito in un “capolavoro” politico senza precedenti: a) ha reso inevitabile un governo di scopo riportando Berlusconi al centro dell’azione di governo e del dibattito politico; b) ha allontanato la prospettiva delle riforme essenziali (legge elettorale, conflitto di interessi, politiche sociali più avanzate): c) ha permesso il secondo mandato di Giorgio Napolitano (bloccando la strada a Prodi, con la complicità dei 101 “traditori” del Pd); d) ha umiliato le istanze di cambiamento che erano presenti nel suo stesso movimento-partito (quel 20% di elettori M5S che provengono dall’impegno politico sul territorio o dai movimenti di base e che non possono essere in alcun modo rubricati come “voto di protesta” o scelta “antipolitica”); e) ha ridotto i suoi deputati e senatori a garanti di scontrini e diarie; f) ha anestetizzato la sincera volontà di cambiamento che era presente in una parte consistente dell’elettorato M5S, riducendo quella giovane esperienza politica a testimonianza di protesta e rifiuto di ogni mediazione.

In altre parole, accanto alla dimensione della protesta non si è affacciata la potenzialità della proposta. Il rischio è la caduta nell’insignificanza. Perché votare per un partito che predica il cambiamento ma che poi, delegittimando il suo stesso potenziale di coalizione, contribuisce di fatto all’ipostatizzazione del sistema politico?

Un signore cinquanticinquenne che ha votato M5S alle politiche mi ha detto che “Grillo ha preso i nostri voti, li ha buttati nel cesso e ha tirato la catena”. Immagine colorita e poco scientifica ma, almeno in parte, efficace. Per la cronaca, il signore ieri ha votato per il Pd e per Ignazio Marino (a Roma), “e senza alcun dubbio”.

 

ignazio_marino4. Il Pd

La grande sorpresa è il Pd. Non perché abbia vinto in maniera travolgente (cosa che non è) ma perché ha fortemente limitato la possibile emorragia di voti. Anzi, ha tenuto in maniera dignitosa, in qualche caso lo ha persino fatto in maniera inattesa. Il dato che emerge è quello di una base del Pd che, nonostante tutto, continua a restare forte e sceglie di accettare la sfida del cambiamento possibile, persino in un contesto in cui alcune opzioni sembrano invece impossibili. L’elettorato del Pd costituisce una straordinaria risposta ai “101 traditori” ed evidenzia quanto scrivevo oltre un mese fa circa la vivacità di un partito che ha tante forze giovani che vanno ben oltre il gruppo dirigente. Ecco allora la necessità (per il Paese prima ancora che per la sinistra) di arrivare presto a un congresso serio e sereno, basato su tesi e programmi; ma anche a una nuova forma partito, in cui la leadership politica sia disgiunta da quella di governo e in cui l’elaborazione culturale possa trovare anche spazi diversi da quelli usuali (una fondazione come quella del Spd in Germania, per esempio).

 

5. Il Pdl

Il risultato del Pdl è tutto sommato fallimentare e dimostra, ancora una volta, che senza il carisma trainante e populista di Silvio Berlusconi non riesce a rallentare il suo declino. Può giocare una partita d’interdizione ma niente di più. Oltre a una rinnovata sinistra, il Paese avrebbe bisogno anche di una destra moderna e capace di lavorare a riforme reali. Ma se nella sinistra il dibattito è apertissimo (il documento di Fabrizio Barca, le proposte innovative di Gianni Cuperlo, la capacità d’innovazione della formazione del Pd e dei giovani del partito), a destra le novità si sono esaurite nella nascita di Fratelli d’Italia e il dibattito più che nascosto sotto la cenere sembra proprio congelato.

 

Considerazione finale (parziale e provvisoria)

Al momento sembra del tutto scomparso il centro, o almeno quello che si era autodefinito tale. A proposito di quell’idea (da molti diffusa) che le elezioni si vincono sempre al centro.