Devo confessare che, pur riconoscendone l’importanza, la discussione sulle regole non mi appassiona. Preferirei, infatti, che la politica, accantonando la discussione sui nomi dei singoli, riscoprisse il valore della discussione sui progetti, sulle piattaforme programmatiche, sulle diverse idee di futuro. Mi rendo conto, tuttavia, che non è facile sfuggire a un dibattito fortemente mediatizzato e quindi provo ad affrontarlo.

Parlo ovviamente delle regole del congresso del Pd che, nel bene e nel male, non essendo un partito personale o proprietario, continua a mantenere una dialettica interna.  Nel 2012 le regole per le primarie di coalizione subirono una prima violazione (o deroga, come si preferisce). Lo statuto del Pd, infatti, prevedeva che il candidato del partito alla guida della coalizione elettorale  dovesse essere il suo Segretario in carica. La regola, lo confesso, non mi è mai piaciuta e l’ho sempre considerata troppo rigida. La tradizione politica italiana, poi, nonostante l’importanza dei partiti, non è mai stata ascrivibile a logiche di party system;  il sistema elettorale e la stessa cultura politica italiana sono (purtroppo) distanti dal modello Westminster. La sovrapposizione fra Segretario e candidato leader, quindi, non era auspicabile, nonostante quella fosse la regola che il Pd si era democraticamente dato.

Per questo ho trovato utile che Matteo Renzi abbia forzato la fissità di quelle regole; e politicamente generoso il gesto di Pierluigi Bersani di accettare la “deroga” e mettersi in gioco.

Quel cambiamento di statuto ha aperto la strada a una modifica strutturale (che personalmente trovo assolutamente auspicabile): la disgiunzione – inizialmente “de facto” – del ruolo di segretario del partito e quello di candidato premier. Si tratta di una disgiunzione non solo strumentalmente utile ma favorevole all’attivazione di processi virtuosi di crescita di una democrazia interna realmente partecipativa e deliberativa. È fin troppo evidente, infatti, che il segretario debba essere espressione del partito, dei suoi iscritti innanzitutto e quindi dei suoi militanti e simpatizzanti. Dovrebbe essere così in qualunque partito. Almeno in quelli che hanno processi interni di trasparenza e democrazia.

Discorso diverso quello sul leader della coalizione: si tratta di una figura che è strutturalmente diversa, che deve coalizzare (appunto) posizioni contigue ma diverse. Più che lecito, in questo caso, che la scelta sia affidata a una platea ampia, composta da potenziali elettori e non solo da iscritti convinti. Semplificando potremmo dire che la leadership di una coalizione può essere, in parte,  “contendibile” (brutta espressione su cui ho più volte manifestato le mie perplessità); la leadership di un partito deve invece stare dentro logiche diverse, in cui il riconoscersi in un progetto e in una “identità” costituisce un tratto essenziale e ineliminabile.

La discussione sulle “procedure” risulta così strettamente connessa a quella sulla forma partito. Potrebbe essere utile ricominciare a riflettere proprio su questo.