“Amicus Plato, sed magis amica veritas”.

Ce lo dicevano già in terza media (latino corso opzionale) senza che ne comprendessimo il senso profondo. Poi al liceo, quando la citazione di Ammonio (che la mette in bocca a Platone, che l’avrebbe usata riferendosi a Socrate) acquistava persino un senso politico. La ricerca della verità è un dovere morale; la sua conquista è impossibile. Sicuramente, però, è possibile avere posizioni chiare, coerenti e, se possibile, razionali. Tutto il contrario dei populisti, che per l’applauso del pubblico (più o meno pagante e/o pagato) strizzano l’occhio all’opinione dominante e si fanno cullare dalla corrente. Comodo farsi guidare dalla corrente, la stessa – giova ricordarlo – in cui si nascondevano quelli che assaltavano i forni nella Milano dei Promessi Sposi.

Persino Papa Francesco ha più volte ribadito l’importanza del coraggio di andare controcorrente. “Non abbiate paura di andare controcorrente”, soprattutto – dice Papa Francesco – se vogliono rubarci la speranza.

E allora facciamolo un discorso controcorrente e contro il populismo gridato e osceno che sembra avere conquistato il consenso nazionale. Prima si applaudivano i politici che facevano favori ed elargivano clientele, ora si grida la propria rabbia verso la politica, tutta, senza distinzioni. “Basta coi soldi alla politica”, in nome di un “noi” contro “loro” che non ha molto senso.

E allora lo dico, senza alcuna incertezza. Io sono assolutamente CONTRARIO all’abolizione del finanziamento pubblico della politica (e non a caso dico della politica e non “dei partiti”). Questo non vuol dire che il sistema ancora vigente sia accettabile o che non sia emendabile. Al contrario: c’è bisogno di una legge diversa, trasparente e che garantisca i cittadini. I partiti devono (ripeto DEVONO) dotarsi di un ente terzo di certificazione e rendere pubblici i propri bilanci. Bisogna introdurre sistemi che impediscano il malaffare e lo sfruttamento del denaro. Come avviene in quasi tutti i paesi del mondo e, soprattutto, come avviene in tutte le cosiddette democrazie liberali.

Il finanziamento della politica deve essere garantito dalla comunità e lo Stato deve pretendere di controllarne i flussi economici.

Io non voglio una politica fatta solo da chi se la può permettere. E non mi si dica che si possono aggregare finanziatori; al massimo si possono aggregare interessi. Forse potrei trovarlo un ricco finanziere che mi elargisce qualche milione di euro (magari anche un po’ di nascosto, alla faccia della trasparenza e dei bilanci certificati); e forse posso convincerne altri della bontà del mio progetto. Se poi dovessi fare una legge contraria agli interessi di chi mi ha finanziato? Potrei perdere il sostegno economico oppure potrei scegliere di non fare leggi che possano danneggiare i miei finanziatori: sarebbe una politica libera e trasparente?

Il finanziamento pubblico implica l’idea del controllo da parte delle cittadine e dei cittadini; quello privato implica il controllo da parte dei finanziatori.

Il processo è già avvenuto nella ricerca universitaria; ridotti (a volte azzerati) i finanziamenti pubblici, si aspettano i privati che, tranne rare eccezioni, finanziano solo ciò che a loro può servire. Di solito Dante, Plauto, Ammonio, e tanti altri non “servono”. La ricerca sociale è scomoda, la scienza politica fa paura (tutta questa enfasi sulla democrazia…) e così solo saperi “pratici” (non meglio identificati). Nelle università, perché tale processo si realizzasse fino in fondo c’è stato bisogno di svuotare di senso e valore le istituzioni democratiche (i consigli di dipartimento, gli organi deliberativi) sostituiti da piccoli gruppi di potere che decidono per tutti; nel nome dell’efficienza decisionale, le scelte le fanno in pochi. Con buona pace della lotta al baronato di chi lo ha reso, invece, più forte.

Lo stesso processo è alla base della commercializzazione dei servizi e dei diritti essenziali (l’acqua, la salute, l’istruzione di base).

Tutto deve diventare privato. E chi grida “non vi darò i miei soldi”, in realtà sta regalando il suo futuro e le sue speranze a pochi: alle nuove oligarchie che sventolano bandiere di pseudo-egualitarismo per uccidere l’eguaglianza, che si vestono di nuovo per imporre il ritorno dei vecchi poteri.

Il sogno dell’eguaglianza democratica era in fondo un accidente della storia; i vecchi “padroni” vogliono tornare, per rimettere ordine. Fermare tutti gli ascensori sociali che creano “disordine”. Se avessi vent’anni adesso, non potrei neanche sognare di diventare professore universitario. I figli degli operai e degli impiegati non entrano nei salotti che contano.

La restaurazione si veste sempre di novità. In questo processo globale così ampio, il finanziamento della politica italiana è piccolissima cosa. Ma è il segno di quella privatizzazione della società, tipica delle postdemocrazie contemporanee.

Ecco perché sono contrario all’abolizione del finanziamento pubblico della politica. So bene che c’è chi si approfitta dei soldi pubblici: per questo occorrono strumenti di controllo e trasparenza. So bene che non basta adottare il modello canadese o quello britannico. Ma al tempo stesso non riesco a rassegnarmi all’idea che il bene comune diventi proprietà di pochi. Non mi rassegno a farmi rubare la speranza.