bandiera_bigFrancesco Cundari, giornalista nonché animatore di Left Wing, scrive su Twitter (@peraltro): “depennare la credibilità internazionale dal prossimo elenco di motivi per cui il senso di responsabilità imporrà di fare o non fare alcunché”. Il riferimento, neanche troppo velato, è al “caso Ablyazov” o, se si preferisce e forse più correttamente, alla questione relativa al “rapimento” di una donna (moglie di un dissidente politico con asilo politico in Europa) e della sua bambina di sei anni, operato da forze straniere all’interno del territorio della Repubblica italiana. Di questo, infatti, si tratta e spero non sfuggirà che si tratta di un “atto ostile” nei confronti dell’Italia, con buona pace di quelli che sventolano la retorica nazionale solo quando fa comodo, per calcolo politico o per un gol di Balotelli.

Mi capita spesso di essere in totale accordo con Francesco Cundari; stavolta, se possibile, lo sono anche di più.

Non mi avventuro nell’analisi di quanto accaduto. Altri lo hanno fatto benissimo e difficilmente potrei farlo meglio di loro. Cito solo, fra gli altri, l’articolo del collega Ilvo Diamanti su la Repubblica, o il post di Marco Bracconi o, ancora, la richiesta fatta da l’Unità di dichiarare persona non gradita l’ambasciatore del Kazakhstan.

La questione è nota (purtroppo) ed è inutile ritornarci. Sicuramente resta il duro colpo ai diritti civili, la negazione del valore della libertà come bene supremo, la brutta figura internazionale che colpisce sia la dignità nazionale sia la nostra credibilità politica. Le responsabilità strumentali verranno individuate (voglio sperarlo); la responsabilità politica, però, esiste al di là della conoscenza o meno degli avvenimenti. Anzi, la non conoscenza (in questo caso) non giustifica affatto. Per una questione immensamente meno grave (e che non riguardava certo la dignità e la credibilità internazionale del Paese) Iosefa Idem aveva dignitosamente rassegnato le sue dimissioni (da un Ministero, peraltro, mai più ricostituito).

Il Pd – ancora una volta con masochistico quanto nobile senso di responsabilità – ha scelto di garantire la governabilità. Un Paese senza governo a fine luglio diventerebbe luogo di scontro di manovre speculative, per non parlare dei Comuni che potrebbero trovarsi a non avere più la possibilità di gestire la quotidianità (e questo riguarda la vita della gente). Insomma, è vero che non si poteva far cadere il Governo.

E qui sta la questione politica. Perché le dimissioni di un ministro dovrebbero “inevitabilmente” far cadere un governo? In realtà non esiste una relazione causale fra i due eventi, a meno che non la si costruisca appositamente. Come, in effetti, ha fatto il Pdl, che ha preferito tutelare la propria orgogliosa dignità di partito, facendo quadrato intorno ad Angelino Alfano, infischiandosene della dignità nazionale. Il presidente Enrico Letta e il Pd si sono così trovati bloccati fra le richieste della propria base (e degli organismi internazionali) e la necessità di garantire la “governabilità”. Ora, è vero che spesso il tema della “governabilità” viene agitato come una sorta di feticcio sacro (e a questo bisognerebbe sfuggire, non fosse altro che per ridare dignità alla politica) ma è altrettanto vero che, in questo specifico caso, la tenuta del Governo è (almeno per ora) una necessità strutturale.

Proprio su questi aspetti, rispondendo a un’intervista, già il 18 luglio, Gianni Cuperlo diceva: “Di fronte all’enormità di questi fatti, il governo ha confermato che né il Viminale, né la Farnesina, né Palazzo Chigi erano a conoscenza della portata degli avvenimenti, e quindi non ci sono responsabilità soggettive. Ma esiste un problema di credibilità delle istituzioni e del governo che va preservata. Ripeto che sarebbe un atto di sensibilità istituzionale se il ministro dell’Interno scegliesse di rimettere la sua delega nelle mani del premier Letta. Questo consentirebbe di proseguire nell’azione di chiarimento anche dei fatti e metterebbe inoltre il governo nella condizione di proseguire nella sua attività in particolare sul versante economico e sociale dove sta ottenendo i primi risultati significativi”.

Una risposta di buon senso e di lucidità politica. Una risposta che il Pdl deve al Paese ma che, finora, non è stato in grado di dare. Ancora una volta con buona pace della retorica sull’Italia.

Al tempo stesso serve uno scatto d’orgoglio e di dignità da parte del Pd, che deve essere capace di ridisegnare e ridefinire la sinistra italiana. E’ l’Italia a chiederlo al Pd: va bene il senso di responsabilità ma esso deve comunque collocarsi dentro una cornice fatta di speranza e di progetto.