Le narrazioni mediatiche sono sempre interessanti perché spesso celano costruzioni ideologiche, anche se non sempre esplicitate. Una delle narrazioni più comuni negli ultimi mesi si concentra intorno ad alcune parole chiave: giovani, novità, speranza.

La retorica sul giovane che porta novità e speranza  è molto comune nel linguaggio e nelle narrazioni quotidiane ed è stata abbondantemente ripresa ed enfatizzata dai media; è speculare all’altra retorica sui giovani, quella che li vuole inesperti, a volte un po’ irruenti e per questo bisognosi dell’esperienza degli anziani.

I grandi media nazionali usano abbondantemente la retorica del giovane portatore di speranze, solitamente incorniciandola intorno ad alcune categorie di soggetti: sono giovani quelli che vogliono una svolta liberale, sono giovani quelli che rifiutano il vecchio Keynes, sono giovani quelli che rifiutano la dicotomia destra/sinistra, sono giovani quelli che vorrebbero un Pd nell’alveo dei liberal-democratici europei (cioè insieme a Clegg che firma le politiche di tagli alla scuola e alla ricerca), sono giovani quelli che pensano che la politica abbia bisogno di un uomo solo al comando, sono giovani quelli che si definiscono tali e si oppongono ai vecchi come se le categorie anagrafiche riassumessero anche posizioni culturali e politiche omogenee, sono giovani quelli che hanno speranze contro le “nomenclature” e così via. Che poi questi giovani siano spesso accompagnati da persone illustri che sono ben più vecchie di me e che – a differenza mia – hanno ricoperto incarichi importanti nella politica e negli spazi pubblici di “potere”, questo sembra non importare affatto.

Negli ultimi due anni ho incontrato molti giovani interessati alla politica, che volevano capirla, studiarla, imparare a renderla concreta nell’esperienza quotidiana. Giovani che, per lo più, continuano a pensare che ci sia differenza fra destra e sinistra, che la casa del Pd sia quella della socialdemocrazia europea,  che riscoprono Keynes per confrontarlo e inverarlo con le ipotesi più avanzate delle economie alternative, che sono pacifisti e pensano che il razzismo sia un male a prescindere, che si emozionano vedendo un Papa nelle favelas anche se non sono credenti, che sono “speranzosi” come tutti gli altri giovani anche se difficilmente possono confrontarsi con la “razza padrona”, che continuano a credere nella politica come progettualità e identità plurale e relazionale, che credono nel valore del patto intergenerazionale e in “alleanze” che vadano oltre le classi anagrafiche, che intendono la loro politica come azione collettiva, che si sporcano le mani per rendere più bello il proprio Paese. Ebbene, questi giovani nella narrazione dei grandi media semplicemente non ci sono.

Forse quelli che ho incontrato negli ultimi due anni erano solo fantasmi oppure cloni olografici inviati da qualche entità aliena, eppure mi sembravano reali, capaci di mettere  chiunque in difficoltà con la loro analisi della realtà sociale. Eppure mi sembravano veri… mi sembravano tanti, molti di più di quelli mediatizzati come gli unici modelli di giovane.

Stiamo assistendo a uno straordinario esercizio di rimozione mediatica, funzionale alla narrazione di un “universo” giovanile omogeneo; e ovviamente utile a un progetto neoliberale un po’ più temperato di quello degli iper-liberismi fallimentari che si lasciano alle spalle macerie culturali e una crisi economica che colpisce soprattutto i più deboli.

Anche se negli ultimi anni mi capita un po’ meno (un po’) vengo spesso considerato un “giovane” professore. Essere giudicati giovani, superati i 50 anni, può produrre il piacere dell’adulazione che, a sua volta, conduce finanche a fenomeni di narcisismo. Il problema, però, è che “giovane professore” implica una sorta di delegittimazione, soprattutto se chi ti definisce così è persona di potere accademico (a volte “baronale”) e ben più anziana di te. Non mi stupisce che i “vecchi” che mi giudicano “giovane” siano poi quelli che guardano con simpatia a un universo giovanile interessante ma minoritario, anche se con una sovrarappresentazione mediatica. Quelli, per capirci, che quando parlano di lungo termine intendono quello della durata di un consiglio d’amministrazione.

Che ci sia una relazione fra il potere e la costruzione dei frame mediali è cosa nota. A Birmingham lo studiavano già nella prima metà degli anni Sessanta. Ma questo ci riporterebbe a quelle “vecchie” cose del rapporto fra media e potere, alle riletture di Gramsci, alla centralità della persona umana in un progetto di società solidale. Ecco, chiedo scusa: ho ricominciato a parlare di quelle cose di cui mi parlano sempre quelle ragazze e quei ragazzi che ho incontrato in giro per l’Italia. E che nei media però non ci sono. Invisibili.